© Ruth Orkin [*] On the street, NY (1948)
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Rio Grande, Brasil, 27 Fevereiro 2024
Tra i vari dubbi esistenziali che mi attanagliano, c'è l'inspiegabile motivo per cui i pedoni camminano sulla strada quando al centimetro a fianco c'è il marciapiede.
Sto notando più del solito una strafottenza comune di imbecilli.
E non lo fanno quando il marciapiede è inagibile, quando è troppo stretto o ci sono rincoglioniti che hanno parcheggiato sopra. Lo fanno così a cazzo, come se il manto stradale fosse il loro.
Ora, se scambiate la carreggiata per area di passeggio e vi arriva una sonora clacsonata che vi suscita il vaffanculo, sapete il motivo.
Un pezzo di marciapiede che la folla non ha mai calpestato.

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Quella mattina mi ero dovuta alzare presto, un po' prima rispetto ai giorni in cui andavo a scuola. Avevo preso la metropolitana direzione Jonio ed ero scesa più o meno all'altezza della stazione dei tram.
Mi ero così fermata sul marciapiede che divideva la strada in due metà e mentre aspettavo l'arrivo del tram mi ero messa a pensare, ad elaborare e a comporre, nella mia mente, la poesia che meglio potesse descrivere quel momento.
Erano le sette e il sole non era ancora completamente sorto; i suoi raggi mi toccavano la pelle del volto e delle braccia, mi sfioravano come una carezza, come petali di fiori rosa, gialli, ed arancioni; la brezza mattutina si faceva sentire, regalava un venticello solitario, fresco e morbido allo stesso tempo.
Mi trovavo, dunque, in mezzo alla strada, ma forse è più corretto dire che ero al centro di un'antitesi operata dal tempo.
I piedi erano un po' infreddoliti, mentre le mani, tenute nelle tasche della giacca, erano fin troppo calde e sentivo che se, da un momento all'altro le avessi tirate fuori, avrei potuto scoprire che erano sciolte come candele al fuoco.
Dopo qualche momento, forse qualche minuto, forse una mezz'ora, mi parve di poter sentire il suono dei meccanismi che si trovano sopra i tram che scorrono sui grandi fili che vengono messi per il funzionamento dei filobus; e nello stesso momento il suono perpetuo e veloce e ripetitivo del contatto tra le rotaie e i rumori del tram.
Mi guardai in giro, sembrava che fossi la sola ad ascoltarlo, forse gli altri lo sentivano e basta, semplicemente non se ne curavano, ognuno si preoccupava per sé solo: chi era al telefono, chi ascoltava della musica e chi chiacchierava animatamente con la persona che gli stava a fianco.
Nessuno pareva accorgersi della meraviglia che stava accadendo.
Il suono si faceva sempre più forte, fino a quando riuscii a scorgere il tram: stava facendo la curva.
Poi, un attimo, una folata di vento prodotta dal tagliare dell'aria del mezzo, e poi un fischio leggero.
Si era fermato: davanti a me si erano aperte le porte e praticamente subito mi mossi e poggiai, prima uno, poi l'altro, i piedi sulla plastica che ricopriva il pavimento del vagone, un po' sciolta e un po' appiccicosa. Poi cercai un posto libero sul tram, e appena ne trovai uno sul fondo mi sedetti.
Poggiai il braccio sul finestrino e con la mano mi spostai i capelli che il vento aveva fatto finire davanti agli occhi. Eccola, la meraviglia.
Dal finestrino riuscivo a distinguere i palazzi di fronte, di quel colore tra il beige freddo e il giallo, che erano però scaldati dai caldi raggi del sole, che conferivano a quegli antichi edifici una sfumatura arancione.
Erano come satelliti che brillano di luce riflessa.
Da dove osservavo io quella scena, potevo anche scorgere al di sotto i binari sul quale viaggiava, i fili elettrici al di sopra; intorno pini ed altri magnifici palazzi dello stesso colore di quelli descritti prima.
Sembrava uno di quei paesaggi perfetti per un'analogica.
Lì trovai la pace.
- sospiri sul severn.
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