Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera.
Salvatore Quasimodo
Everyone stands alone at the heart of the world,pierced by a ray of sunlight,and suddenly it’s evening.
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Come della letteratura anteriore era idolo il Petrarca, della odierna è il Leopardi. Il Petrarca, tranne le poche poesie politiche e di vario genere, cantò un solo dolore, l'amoroso; il Leopardi cantò tutte le forme del dolore umano. Il dolore dell'uno è consolato dalla fede religiosa, comune a' suoi tempi; il dolore dell'altro sdegna come puerile questo conforto; onde il lutto e la costernazione che attrista il suo carme è più vario, più profondo, più universale del petrarchesco e più rispondente alle condizioni della psiche moderna. Inoltre, l'arte di coprir l'arte e la trasparenza del pensiero è maggiore nel Recanatese che nell'Aretino il quale, da un sentimento sempre identico dovendo cavare sempre nuovi motivi poetici, dà non di rado nello studiato e nel monotono e fa dell'arte artifizio. Onde non è meraviglia se il Leopardi regna oggi sul trono dove una volta sedeva il Petrarca, e il culto suo va crescendo sempre più fervoroso e universale. L'uomo moderno ama il canto leopardiano come interprete fedele del proprio dolore, e il Leopardi come un amico sublime col quale in tutto sente e consente. Ben doveva dunque esser contrassegnato da una ricca reflorescenza di studi leopardiani l'anno centenario dalla sua nascita.
I molti scritti già pubblicati su questa materia ci facevano ancora desiderare un libro che studiasse di proposito quel sentimento che fu il suo sospiro perpetuo, l'amore, e ci fornisse accurata notizia delle donne che gli apparsero via via nel corso della sua misera vita e diedero palpiti al suo cuore, armonie a' suoi canti. Questo doveva fare una signora colta e gentile, e questo fece la signora Emma Boghen Conigliani, scrittrice già lodata per altri pregevoli lavori tra i quali mi piace ricordare le Rose di macchia, gli Appunti storico-critici sulla Divina Comedia e gli Studi letterarii. Il libro ha titolo La donna nella vita e nelle opere di G. Leopardi, (un elegante volumetto di pag. 404, edito testè dal Barbera). La chiara autrice ha quivi raccolto non solo quante notizie erano state finora pubblicate intorno alle donne legate al Leopardi di parentela o a lui care d'amicizia o d'amore, ma eziandio quelle non poche né poco importanti che ancora si desideravano; e noi dobbiamo saper grado alle sue indefesse e felici indagini se finalmente ci è dato rivedere vestite di nuova e più viva luce le imagini di Antonietta Tommasini, della Carniani-Malvezzi, di Marianna Brighenti, di madama Padovani, di Paolina Ranieri e d'altre.
Dei ritratti, preposti alle biografie delle donne leopardiane, altri erano già comparsi nel numero unico del foglio A GIACOMO LEOPARDI XV GIUGNO MDCCCLXXXVII (Lapi, Città di Castello) altri nello studio psico-antropologico del Patrizi, altri finalmente nell'articolo del Mariotti I ritratti di G. Leopardi (Nuova Antologia, 16 gennaio 1898); ma qui la Boghen-Conigliani, coi già noti, ci esibisce per la prima volta quelli finora sconosciuti della Tommasini, della Brighenti e della Ranieri. Il ritratto del poeta impresso nel frontispizio dell'opera, tra i diversi che se ne hanno, è forse il più vero. Tra le tante peregrine notizie onde è ricco il libro, attraggono particolarmente la nostra attenzione quelle relative a madama Padovani, una delle fiamme o, per dir meglio, uno dei desiderii amorosi, presto spento, del poeta a Bologna. Il sottoscritto (che di necessità qui si registra) l'aveva già rivelata al pubblico in un suo recente lavoro, additando in lei quella che Giacomo scrivendo al Papadopoli diceva strega piena di grazia e di bellezza, ed esponendo tutto ciò che può sapersi intorno ai suoi rapporti col poeta. Ma delle notizie riferentisi particolarmente all'esser suo non avendo io saputo dare quante io e il pubblico ne avrebbe desiderato, la signora Boghen-Conigliani ha sopperito abbondevolmente al mio difetto. La seducente donna era dunque una tal Rosa Simonazzi modenese maritata in Luigi Padovani, ispettore della civica illuminazione a Modena, e da lui per tempo separata. "Bella, di un brio indiavolato, leggera, avida di piaceri e di lusso , sentendo lodare la sua voce e la sua dispozione alla musica, tolte a pretesto le condizioni economiche disagiate e la speranza di fortuna, volle andarsene nel 1826 a Bologna per studiarvi il canto. Là prese pensione in casa del vecchio tenore Vincenzo Aliprandi dove pure alloggiava il Leopardi. Di statura alta e di forme scultorie, riusciva attraente soprattutto pei grandi occhi vivacissimi, scintillanti di brio, di spensierata allegrezza, di malizia birichina, di mordacità". Cantò a Torino, a Milano ma con poca fortuna; passò all'estero, ma ne ritornò povera come prima. Forse, penso io, era una di quelle donne per le quali il teatro non è altro che un richiamo di lucrose avventure. Un vecchio professore il quale la conobbe personalmente, afferma che già carica d'anni e di malanni era tuttavia sempre bellissima e allegra, tanto da far immaginare quale splendida creatura avesse dovuto essere in gioventù; ed asserisce d'averla sentita ricordare Giacomo Leopardi e vantarsi d'averlo molto ben conosciuto, con tali parole da lasciar comprendere chiaramente che ella era stata amata dal poeta; e questo è pure narrato da una vecchia parente de la Padovani.
Ma se nella copia e nella novità della materia biografica noi ammiriamo la ricercatrice accurata e fortunata, nei sentimenti, nei giudizi e nel modo di esporli noi vi troviamo , e con tanto maggior gradimento, la donna. Quella delicata gentilezza tutta femminea che spira come aura profumata in tutto il suo libro, quel garbo onde tempera fatti e giudizi che suonerebbero troppo aspri ad orecchio di spirituale persona, quel discorso tutto signorile famigliarità acquistano all'autrice con la lode anche la simpatia del lettore.
Ed ora qualche breve osservazione. Alle biografie di sette donne leopardiane tien dietro e chiude il libro un capitolo avente per titolo La donna nella vita e nelle opere di G. Leopardi, dove si studia il sentimento amoroso del poeta ne suoi scritti, e si parla di altre donne leopardiane di cui l'autrice, forse per manco di sufficienti notizie, non aveva ancora dato una biografia speciale. Anche quest'ultimo capo, che comprende quasi la quarta parte dell'opera è, come tutto il resto assai ben fatto e interessante; ma non era meglio collocarlo a principio e anzi che escluderne le donne di cui si fa la biografia a parte, accogliervi di queste solo le notizie sufficienti e necessarie a farci conoscere i rapporti avuti e i sentimenti nutriti dal poeta verso la donna considerata nella madre, nella sorella, nella parente, nell'amica e nell'amata, e rimetterne ad una seconda parte la compiuta biografia? Se ben m'appongo, l'opera, così ripartita, avrebbe guadagnato di retto organamento e di ordine lucido. Il difetto forse si spiega dalla difficoltà in cui l'autrice si trovava di rifondere in un sol tutto i non pochi scritti già pubblicati sparsamente sotto forma di articoli in parecchi giornali.
Per venire a qualche particolare, non credo giusti i dubbi dell'autrice sulle cause del viaggio del Leopardi e del Ranieri a Roma l'inverno tra il 1831 e '32, quando noi consi- deriamo più fatti cioè: la passione tremenda di Giacomo per la bella dama fiorentina da cui senza dolore acerbissimo non poteva al- lontanarsi; l'amor furibondo che trascinava il Ranieri dietro la celebre attrice Pelzet recitante a Roma; l'amicizia o, meglio, l'amore ardente da innamorato che in quei primi tempi avvinceva il poeta al bello, biondo, gentile, lusinghiero, Ranieri (come lettere ancora inedite presto chiariranno); la cura gelosa di costui nel voler sempre seco l'immortale amico suo, noi non dobbiamo più esitare a concludere e ritenere per fermo che il poeta per compiacere l'amico fece violenza al proprio cuore e partì seco per Roma sottoponendosi per lui ad accerbissimo esilio e al dissesto delle sue povere finanze. Io credo colla Boghen-Conigliani che quando Giacomo scriveva al fratello di lungo romanzo, di dolore e di lagrime come circostanze necessarie alla narrazione del suo viaggio di Roma parlasse di sè non del Sodale (comechè questi si vagliasse in romanzi e lagrime non minori), ma questo non solo non esclude ch'egli siasi mosso da Firenze per compiacere l'amico suo, ma anzi lo spiega e conferma. L'egregia scrittrice non vede chiara la ragione del raffreddamento del poeta verso la contessa Teresa Carniani-Malvezzi, e la cerca in un'arrischiata e male accolta dichiarazione amorosa, quando la lettera del Leopardi rife- rita dalla stessa autrice, ce la rivela lumino- samente là dove dice: "Contessa mia, l'ultima volta ch'ebbi il piacere di vedervi, voi mi diceste così chiaramente che la mia conversazione da solo a sola vi annoiava, che non mi lasciaste luogo a nessun pretesto per ardire di continuarvi la frequenza delle mie visite". Fu dunque la soverchia assiduità, ripresa così severamente dalla contessa la cagione dell'intiepidito affetto. Altre imperfezioni potrei notare, da taluni giudizi avrei motivo di dissentire, ma queste ad ogni modo, come le dianzi osservate sarebbero mende così lievi che poco o nulla tolgono al valore di quest'opera veramente bella e interessante. La quale, contribuendo alla letteratura leopardiana nuova e larga copia di materia storica, rimarrà certamente tra le più importanti pubblicazioni del primo centenario del sommo poeta e avrà la fortuna che merita un lavoro maturamente pensato e felicemente eseguito.
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