Tempo scaduto.
Quando avevo 15 anni il ragazzo con cui stavo mi diceva cosa mettermi. “Gli piaccio di più con quei vestiti, sarò più carina se seguo il suo consiglio”, pensavo. “Lui sta molto attento a queste cose, ci tiene a me”. Mi faceva il risvoltino ai pantaloni perché “era più figo”, anche se io lo toglievo appena voltato l’angolo.
Quando avevo 16 anni il ragazzo con cui stavo mi diceva cosa mettermi, e di farmi le meches ai capelli. “Così, coi capelli dietro le orecchie, sei anonima, sembri Maria Vergine”, diceva. Mi passava sempre le mani tra i capelli cercando di sistemarmeli. “Lui ne sa di queste cose, ma non ho voglia di farmi le meches. Vado bene così”, pensavo. “Sei bruttina”, mi diceva.
Quando avevo 16 anni il ragazzo con cui stavo mi diceva cosa mettermi, di farmi le meches ai capelli, di non uscire coi miei amici. “Sono sfigati e se ci esci sei sfigata anche tu. Esci con me, che ho la compagnia bella”. Non volevo abbandonare i miei amici, ma uscivo con lui.
Quando avevo 16 anni il ragazzo con cui stavo mi diceva cosa mettermi, di farmi le meches ai capelli, di non uscire coi miei amici, di non parlare al mio migliore amico. “È pazzo, è stupido, lascialo perdere. Esci con me che so come ci si comporta”. Non volevo lasciar perdere il mio migliore amico, ma uscivo con lui.
Quando avevo 16 anni il ragazzo con cui stavo mi diceva cosa mettermi, di farmi le meches ai capelli, di non uscire coi miei amici, di non parlare al mio migliore amico. Andavo ancora in giro col mio migliore amico. “Sei sfigata, sei brutta, mi vergogno a uscire con te se stai in quella compagnia”.
Quando avevo 17 anni il ragazzo con cui stavo mi diceva cosa mettermi, di farmi le meches ai capelli, di non uscire coi miei amici, di non parlare al mio migliore amico, di fare ginnastica. “Hai la ciccia sui fianchi e la cellulite, non ti depili nemmeno le braccia, non ci voglio stare con te se sei così pelosa e se non ti rifai il guardaroba”.
Quando avevo 17 anni ho provato a lasciare il ragazzo con cui stavo. Mi ha riso in faccia. “Se mi lasci rimarrai da sola. Non c’è nessuno che ti vuole bene se non me. Vuoi essere sola come un cane? Chi vuoi che ti consideri, sei un cesso che non si sa vestire”. Avevo paura, e non l’ho lasciato.
Quando avevo 17 anni il ragazzo con cui stavo mi diceva cosa mettermi, di farmi le meches ai capelli, di non uscire coi miei amici, di non parlare al mio migliore amico, di fare ginnastica, di dire quello che voleva lui. “Altrimenti fai figure di merda e mi vergogno ad andare in giro con te”.
Quando avevo 17 anni il ragazzo con cui stavo ha compiuto 18 anni. La sua festa cadeva il giorno di San Valentino. Mi regalò un grembiule da cucina rosso con sopra il mio nome. “Così sai qual è il tuo posto”. Scherzava, forse.
Quando avevo 17 anni il ragazzo con cui stavo ha compiuto 18 anni. La sua festa cadeva il giorno di San Valentino. C’erano i suoi amici e ci stavamo divertendo. “Vieni in bagno con me, stiamo un po’ da soli”. Ci sono andata.
Quando chiuse la porta e cominciò a baciarmi nel suo modo speciale, capii che voleva fare sesso. “Non voglio fare sesso”, gli dissi. “E se entra qualcuno?”. “Non entra nessuno. Non ci sono neanche le telecamere”. “Non voglio farlo lo stesso, lasciami stare”. Mi prese per i polsi e mi fece voltare faccia al muro. “Non voglio, lasciami stare”, ripetevo. Mi abbassò i collant e le mutande. “Non voglio dai, smettila. SMETTILA”. Ma già spingeva per penetrarmi. Faceva fatica, e allora spingeva più forte. Io piangevo. “Sei l’antisesso, non possiamo neanche divertirci”, mi disse.
Quando avevo 17 anni il ragazzo con cui stavo mi ha stuprato alla sua festa di compleanno. Pensavo: “Non è così grave, in fondo è colpa mia... potevo starci, magari mi sarei divertita anche io”.
Quando avevo 18 anni non ne potevo più. Presi il telefono e lo chiamai. Lo lasciai. Mi mandò un messaggio: “Adesso sarai sola come un cane, e quando tornerai da me strisciando non so se sarò abbastanza buono da riprenderti. Sono tutti cazzi tuoi”.
Quando avevo 18 anni e l’avevo finalmente lasciato, provò a riconquistarmi. Mi disse che era cambiato, che aveva riflettuto su se stesso, mi chiedeva di ricominciare. Non volli. Di nuovo, mi disse cose orribili.
Quando avevo 19 anni sono andata segretamente in terapia, perché non riuscivo ad aprirmi col mio nuovo ragazzo. Avevo i flashback di quel bagno, di quella sera. Vedevo davanti a me le piastrelle sporche quando chiudevo gli occhi e quando ci spogliavamo a vicenda per fare l’amore. Seduta dopo seduta, finalmente capii una cosa.
Non era stata colpa mia.
Per anni l’ho pensato. Magari inconsciamente. Per anni ho sottovalutato tutto quello che era successo e che mi aveva fatto. Quando l’ho capito, il tempo era già scaduto.
Per legge, la violenza sessuale è denunciabile fino a sei mesi dopo il fatto. Dopo sei mesi, non si può più procedere. Perché servono prove mediche, servono avvocati, serve denaro e serve tempo. E il mio tempo, i miei sei mesi, erano scaduti.
Quando avevo 20 anni l’ho incontrato per strada. Dopo avermi vista e riconosciuta, si è calato il cappello sugli occhi, si è coperto il viso con la sciarpa e se n’è andato senza neanche guardarmi in faccia.
Ho 22 anni, e il ragazzo con cui stavo vive ancora nella mia città, si è laureato, ha una nuova ragazza. Vive felice la sua vita. Non si è reso conto di quello che ha fatto, e se gli dicessi che mi ha stuprato lui mi denuncerebbe per calunnia. Dovrebbe essere in galera, e invece ha la ragazza e si è laureato. E chissà se tratta la sua nuova ragazza come trattava me.
Ho 22 anni, e ancora qualche volta sogno quelle piastrelle sporche. Qualche volta, mentre faccio l’amore, ho i flashback.
Ho 22 anni, e ancora credo di non essere bella, di non essere in forma, di vestirmi male, di non saper parlare e comportarmi.
Potevo fare qualcosa? Il mio tempo era scaduto, sei mesi erano passati quando ho capito che quella che avevo subito era violenza psicologica e sessuale.
Il mio tempo era scaduto.















