La carne ci vuol poco a soddisfarla. È il cuore a essere insaziabile, il cuore che ha bisogno di amare, di disperarsi, di ardere.
Irène Némirovsky, Il calore del sangue.
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La carne ci vuol poco a soddisfarla. È il cuore a essere insaziabile, il cuore che ha bisogno di amare, di disperarsi, di ardere.
Irène Némirovsky, Il calore del sangue.

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— Irène Némirovsky, Suite Française: Dolce
All the light of the day, fleeing the earth, seemed for one brief moment to take refuge in the sky; pink clouds spiralled round the full moon that was as green as pistachio sorbet and as clear as glass; it was reflected in the lake.
Irène Némirovsky, Suite Française
Blog per chi ama arte, letteratura, libri, aforismi, musica, fotografia, cinema, teatro, testi, radio, danza, storie di vita e altro
Contrariamente a quel che si crede, l'uomo, in generale, è cinico solo quando è molto giovane; a mano a mano che passano gli anni, diventa meno rigido e anche meno coraggioso. Il giovane predilige la realtà; l'uomo maturo la subisce; e il vecchio, più saggio, la evita, ma invano, perché essa lo raggiunge allo scoccare dell'ultima ora.
Irène Némirovsky – Due
Ph Noémia Prada
Amare e non essere amato, essere a letto e non dormire, aspettare e non vedere arrivare. Sono tre cose che fanno morire.

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Jezabel: una lettura moderna
Ci sono libri che si leggono con piacere, libri che si dimenticano e libri che, invece, continuano ad abitare i pensieri anche dopo aver voltato l’ultima pagina, non perché raccontino una storia particolarmente drammatica o ricca di colpi di scena, ma perché costringono il lettore a confrontarsi con qualcosa di profondamente umano e, proprio per questo, inquietante. “Jezabel” di Irène Némirovsky appartiene a quest’ultima categoria. È un romanzo perturbante nel senso più autentico del termine: non spaventa per ciò che accade, ma per ciò che rivela. Mette a nudo una fragilità che appartiene all’essere umano e la porta fino alle sue estreme conseguenze, lasciando addosso un senso di disagio difficile da spiegare.
La protagonista del romanzo, Gladys Eysenach, è una donna straordinariamente bella. Fin da giovane comprende che la sua avvenenza è molto più di una qualità estetica: è uno strumento di potere. Attraverso la bellezza conquista uomini, prestigio, ricchezza e una posizione privilegiata nella società. Poco alla volta, però, smette di considerarla una parte di sé e finisce per identificarvisi completamente. La sua vita diventa un susseguirsi di relazioni che non nascono dall’amore, ma dal bisogno incessante di essere desiderata. Ogni sguardo maschile rappresenta una conferma della propria esistenza, ogni conquista una rassicurazione contro il trascorrere del tempo. È un equilibrio fragile, costruito sull’illusione che la giovinezza possa essere trattenuta e che il valore di una donna coincida con la capacità di suscitare desiderio. Questa ossessione emerge con tutta la sua forza nel rapporto con la figlia. La maternità, che dovrebbe rappresentare un legame profondo, diventa invece una minaccia. Quando un giovane uomo la guarda senza desiderio e, anzi, la definisce “vecchia” tutto il fragile castello di illusioni crolla. Quelle parole diventano intollerabili perché non colpiscono il suo orgoglio, ma la sua stessa identità. Il fatto che segue non nasce soltanto dalla rabbia o dalla vendetta: è il disperato tentativo di eliminare chi ha osato pronunciare una verità che Gladys rifiuta con tutte le sue forze. Ed è qui che il romanzo supera la cronaca di una tragedia personale e assume una dimensione universale.
Némirovsky non racconta semplicemente la storia di una donna vanitosa, sarebbe una lettura troppo superficiale, la sua vanità è soltanto il sintomo di qualcosa di più profondo: il terrore di perdere valore. Gladys vive esclusivamente attraverso lo sguardo altrui: non sa chi sia senza l’ammirazione che riceve, non possiede un’identità autonoma, ma soltanto un riflesso costruito sul desiderio di apparire. Per questo motivo il romanzo non offre alcuna redenzione, perché Gladys non prova un autentico pentimento e non comprende davvero il male che ha compiuto. Persino dopo aver distrutto gli affetti più autentici e aver commesso un delitto, la sua preoccupazione resta sempre la stessa. Non c’è spazio per la morale quando tutta la propria esistenza è stata sacrificata all’apparenza.
È impossibile leggere Jezabel senza pensare al presente. Sebbene il romanzo estremizzi questa dinamica fino a renderla tragica, la sua intuizione appare sorprendentemente contemporanea. Viviamo in un’epoca in cui l’immagine è diventata una forma di linguaggio permanente. I social network hanno trasformato la rappresentazione di sé in un esercizio quotidiano, alimentando l’idea che il nostro valore dipenda dalla capacità di essere visti, apprezzati, desiderati. La ricerca della perfezione estetica, della giovinezza eterna, dell’approvazione continua non appartiene più soltanto a pochi individui eccezionali, ma rischia di diventare una pressione condivisa. Naturalmente la distanza tra la nostra realtà e la tragedia di Gladys è enorme. Eppure il meccanismo psicologico è sorprendentemente simile, perché quando l’identità si appoggia esclusivamente sull’immagine, ogni segno del tempo diventa una minaccia, ogni confronto una ferita e ogni giudizio una condanna. Jezabel continua a essere un romanzo così potente perché non parla semplicemente della bellezza, ma della paura. La paura di invecchiare, di diventare invisibili, di perdere il proprio posto nel mondo. È una paura antica, che Némirovsky osserva con lucidità quasi spietata, senza offrire consolazioni né facili giudizi. Chiude il libro con una protagonista che non ritrova la propria umanità e non conquista alcuna consapevolezza. E proprio questa assenza di catarsi rende il finale così disturbante. Il lettore resta solo davanti a una domanda che attraversa il tempo e arriva fino a noi: cosa rimane di una persona quando ha costruito tutta la propria esistenza sull’apparenza?
Il messaggio più profondo del romanzo è proprio questo: apparire non è sbagliato, lo diventa nel momento in cui sostituisce l’identità, quando il bisogno di essere ammirati prende il posto del bisogno di essere autentici. Gladys non muore soltanto perché è schiava della bellezza, muore molto prima, nel momento in cui smette di riconoscersi come essere umano e diventa soltanto l’immagine che desidera restituire agli altri. Non è un caso che Némirovsky scelga proprio Jezabel come titolo del romanzo. Il nome rimanda alla regina biblica Gezabele, figura divenuta nei secoli simbolo di seduzione, orgoglio e corruzione morale. Una donna potente, incapace di riconoscere i propri limiti e destinata a una tragica caduta. Gladys incarna quella stessa condanna. Quando viene chiamata “Jezabel”, non riceve soltanto un insulto: le viene restituita la verità che ha sempre rifiutato di vedere. Non è più una donna, ma una prigioniera della propria immagine, disposta a sacrificare l’amore, gli affetti e perfino la vita pur di non rinunciare all’illusione della giovinezza.
Ed è forse qui che risiede la forza più inquietante del romanzo: Jezabel non racconta soltanto la storia di una donna divorata dalla vanità, ma quella di chiunque finisca per identificare il proprio valore con lo sguardo degli altri. Perché il vero dramma non è invecchiare, non è sbagliare, non è fallire, ma smettere di sapere chi si è quando l’apparenza diventa l’unica misura della propria esistenza.
“Alla fine, tutte le passioni sono tragiche, tutti i desideri maledetti, perché si ottiene sempre meno di quel che si è sognato...”
Irène Némirovsky - Jezabel
Ci resta sempre in fondo al cuore il rimpianto di un'ora, di un'estate, di un fuggevole istante.
Irene Némirovsky