Memorie di Fëdor
Sprofondano nel buio, vallate distese a spaccare le vette di montagne annegate, attraccate, avvinghiate ad un verde che non vuole cessare di splendere e brillare e soffiare nel mio orecchio il nome di una donna ormai lontana. Lontana da me, dagli occhi che la videro, diversi dai miei, certamente vischiosi. Appiccicosi come solo gli occhi di chi sa narrare sanno essere. Tengono insieme il resto del mondo e a vederli vagare su un cancello arrugginito ci si scopre dentro ogni impazienza e desiderio. Grušenka, Sonečka, donne russe, amate di pancia, facce diverse della stessa fatale medaglia.
Non son miei gli occhi che la carezzarono, non mia la bocca che seppe dirle parole gentili. Ma son io, qui, in un tramonto sulle Alpi, che rivedo lei e le mani che tentò di salvare.
















