Emile Gilioli (French, 1911 - 1977)
The warrior, N/D
Polished bronze, 40 x 28 x 25cm
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Emile Gilioli (French, 1911 - 1977)
The warrior, N/D
Polished bronze, 40 x 28 x 25cm

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Emile Gilioli (French, 1911 - 1977)
Head, N/D
Charcoal on paper, 60 x 44 cm
Em qualquer lugar, em qualquer tempo
Em qualquer lugar, em qualquer tempo
Levamos a vida sem falar sobre a morte, sem nem mesmo nos damos ao trabalho de pensar nela. Aprendemos e nos acostumamos a viver nosso dia a dia quando tudo e todos ao nosso redor seguem os trilhos desejados. É ainda bem raro quem perceba que, talvez no meio desse percurso, o destino possa nos surpreender.
Por umas das ironias do destino o que conheço sobre a morte foi meu filho caçula quem me…
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Emile Gilioli (French, 1911 - 1977)
Dawn, 1970
Angers workshop, 128 x 149 cm (N ° 1/5)
Quello che è accaduto alla vigilia di Ferragosto, cito ancora Urbinati, «impone di rivedere il rapporto tra pubblico e privato, per restituire al pubblico una funzione direttiva e di controllo diretto». Oddio: personalmente avrei preferito che a questa svolta si fosse arrivati senza cinquanta morti, ma dopo Genova sarebbe politicamente delittuoso non arrivarci. Così come sarebbe politicamente delittuoso non rimettere in discussione tutto l'approccio con cui il centrosinistra - sinistra compresa - si è posto in questi ultimi due o tre decenni rispetto alla questione del rapporto tra politica e imprenditoria, tra lo Stato (che di mestiere deve fare l'interesse della collettività) e i vertici delle aziende e delle banche - che di mestiere devono fare gli interessi dei loro azionisti. E no, non è detto che gli interessi della collettività e quelli degli azionisti di una corporation coincidano sempre. A volte sì, a volte no: e lo Stato è lì appunto per decidere quando sì e quando no. A questo proposito, c'è un articolo della Costituzione che parla abbastanza chiaro: «L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali».
Alessandro Gilioli, Piovono rane (17 agosto 2018)

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Dieci anni fa la prima stella era l'acqua pubblica; la seconda l'ambiente; la terza la connettività, il web; la quarta era l'economia circolare e dal volto umano al posto dello sviluppo insostenibile e del saccheggio del pianeta; la quinta l'abbandono dei combustibili fossili e il passaggio dal privato al pubblico per i trasporti. Tutte cose molto belle, tra l'altro. Così come del tutto condivisibile era l'attenzione verso i precari (spesso dimenticati dalla sinistra) e verso l'inaccettabilità esistenziale di un modello stritolante di consumo-produzione, che svuota di senso le nostre vite. Anche che l'utopia/distopia di una democrazia diretta nasceva dal tentativo di risolvere un grave problema, cioè il tradimento troppo frequente della rappresentanza, la lontananza sempre maggiore tra le persone il Palazzo. Oggi mi chiedo, senza livore, cos'è rimasto di tutto questo nel "contratto di governo" (a proposito, ma non ci avete detto per anni "nessuna alleanza, o governeremo da soli o niente?"). Mi chiedo quanto questi ideali primigeni siano stati diluiti o affogati in un'intesa dove le priorità sono tutt'altre, dove la cultura di fondo è tutt'altra. Perché di chiusura, non di apertura. Perché guarda al passato, non al futuro. Perché parla alla paura, non alla speranza.
Alessandro Gilioli, Quel che resta delle stelle (1 giugno 2018)
Eccolo qui, l'ostacolo insormontabile, un signore ottuagenario dal curriculum senza fine e senza zone oscure, che però pensandosi fuori dai giochi da qualche anno aveva deciso di togliersi i sassolini dalle scarpe sull'euro, sulla sua architettura sbilenca, sul dominio tedesco, sulla necessità di rinegoziare molte cose comprese alcune di quelle che l'ortodossia di Bruxelles e Berlino considera non negoziabili, non oggetto di mediazioni. E viene a mente un altro caso, un caso di tre anni fa probabilmente molto presente nell'animo di di Mattarella, da giorni. Il caso di Yanis Varoufakis, certo uomo di altra estrazione politica rispetto al governo gialloverde, eppure di idee così simili a Savona per quanto riguarda il giudizio su quest'Europa e sulla sua moneta, e quindi (come Savona) inaccettabile per Bruxelles e Berlino, che l'osteggiarono fino a chiudere i rubinetti dei bancomat a un intero Paese - e a ottenerne la testa. No, Mattarella non è uomo della Troika, dei mercati, dei poteri forti europei, di Berlino e delle banche. Ma è cosciente che quei poteri esistono e soprattutto che sono capaci di mettere in ginocchio un Paese. Perché questa è la realtà, al momento. Una realtà atroce - e già in Grecia si era visto quanto violenta era stata l'imposizione su un governo eletto dal popolo, su un referendum in cui aveva votato il popolo. Ma una realtà fatta di condizioni oggettive. Così l'Italia sta vivendo la questione fondamentale del presente, l'esternalizzazione del potere dalle democrazie nazionali ai vincoli economici internazionali.
Alessandro Gilioli, 27/05/2018
«Rich house, poor house» è quindi un cambio di passo, pur con tutto il suo cinismo, rispetto alla tivù che ci ha massacrato le palle per vent'anni: quella dei talent basati sulla competizione individualista, quella dei singoli che nella-vita-ce-la-fanno («quindi puoi farcela anche tu», è il sottotesto). Adesso finalmente ci si dice anche il contrario: «Ho lavorato come un pazzo da quando ero adolescente», si confessa a un certo punto il magazziniere Anthony, «e non ho migliorato di un millimetro la condizione della mia famiglia: perché? Dove ho sbagliato? Quando?».
Alessandro Gilioli, La tivù-verità più triste del mondo