Clara aveva passato tutta la notte a pensare a come dire la verità senza dire tutta la verità. Era una pericolosa possibilità che non le era neanche balenata per la mente, quando si era buttata in quell'incarico. In quel momento tutta la sala si era zittita. Non si sentiva un fiato, c'era un silenzio quasi perfetto.
-Mio signore, vostra moglie sta morendo di nostalgia.
La parola giusta sarebbe stata “rimorso”.
-Nostalgia? Come sarebbe?
La signora alzò gli occhi. Il pallore del suo viso aveva lasciato il posto ad una vampa improvvisa.
-Ella desidererebbe poter rivedere almeno una volta sua sorella e anche suo nipote, che non ha mai conosciuto.
Nella sala si diffuse un mormorio crescente. Tutto il palazzo sapeva bene di cosa si stava parlando, ma era una storia che nessuno si sarebbe permesso di ripetere ad alta voce.
-Come osi nominare quella donna davanti ai miei occhi? - tuonò il signore, alzandosi di scatto con gli occhi che saettavano – sei venuto a burlarti di noi? A gettare il ridicolo e il disonore tra queste mura? Cosa ti fa pensare di poter venire qua nella mia casa, di fronte a me, a parlare di questi eventi del passato?
Clara si era inchinata fino a terra e stava morendo di paura.
-La vostra signora sa che dico il vero, - rispose con tutta la voce che le era rimasta.
Lui non poté fare a meno di voltarsi verso la donna, che in quel momento stava tremando visibilmente e aveva le lacrime agli occhi. Prima che il signore potesse interrogarla, la ragazza aggiunse velocemente:
-Mia signora, so che nel vostro animo temete che vostra sorella sia morta di stenti da lungo tempo, ma non è così. Lenora è ancora viva, e si trova non molto lontana da qui.
A quel punto la signora scoppiò in pianto davanti a tutto il palazzo. Il signore non sapeva più che cosa dire, non riusciva a capire se quel ragazzino avesse indovinato i desideri di sua moglie, o se semplicemente la stesse sconvolgendo con le sue parole così ardite e irrispettose. Ma Clara non aveva ancora finito, e si permise di alzare la testa e guardare la donna dritta negli occhi:
-Il vostro cuore, mia signora, vi aveva da tempo suggerito che vostro nipote potesse essere stato dato alla luce, e che senza saperlo fosse tornato sotto al vostro tetto. Il volto di un giovane uomo vi ha posto proprio di fronte a questo interrogativo, ma il pensiero di illudervi vi ha recato tristezza. Sono qui per dirvi che non vi eravate sbagliata: quell'uomo, il figlio di vostra sorella, si trova proprio qua, in questa stanza.
-Basta, ragazzino, hai colmato la misura! - gridò il signore, vedendo lo sconvolgimento di sua moglie, - se dirai ancora una sola parola, ti farò impiccare!
Clara si alzò in piedi a fatica, le gambe che tremavano, la voce rotta, e indicò con il dito in mezzo alla folla che riempiva la grande sala:
-È lui!
Il clamore aumentò, mentre alcuni servitori si scostavano per vedere chi fosse la persona indicata. Ed ecco che proprio in quel punto, accanto a una delle grandi colonne di pietra, c'erano alcune guardie del palazzo, incaricate di sorvegliare la sala quando i signori presenziavano. Tra di esse c'era un giovane di circa vent'anni: era Bernardino.
La signora trattenne il braccio di suo marito, e si alzò in piedi. Il silenzio calò di nuovo nel salone, all'improvviso. La donna scese i gradini, mentre la folla si scostava per lasciarla passare, fino a quando non fu arrivata davanti alla giovane guardia. Il ragazzo era davvero confuso, non aveva idea di cosa stesse succedendo e di cosa significassero quei discorsi. La signora alzò una mano e gli sfiorò la guancia.
-Dunque fin dal primo giorno non mi ero ingannata, - mormorò con le lacrime agli occhi – tu sei davvero il figlio della mia povera sorella. La rivedo in te.
Bernardino si inginocchiò immediatamente e balbettò:
-Mia signora, non ho mai conosciuto i miei genitori...sono stato allevato dai monaci del villaggio a sud.
-Non ha potuto allevarti da sola, per questo ti ha lasciato là, - disse la donna a mezza voce – non poteva darti un futuro, nella sua condizione.
Il ragazzo era esterrefatto, stava sudando e non sapeva dove guardare: era davvero il nipote dei signori della città? E sua madre era là fuori da qualche parte, aveva capito bene? Sembrava impossibile che stesse accadendo davvero.
Clara osservava la scena dal centro della sala, ma all'improvviso la vista le si appannò, si sentì mancare e cadde a terra, svenuta.
Nel momento in cui riaprì gli occhi, era passato un giorno intero. Quando riuscì a vedere bene quel che aveva attorno a sé, trovò seduta accanto al letto la signora del palazzo che la osservava con volto serio, ma disteso. Appena si rese conto che Clara si era risvegliata, ordinò che le fosse portata dell'acqua, poi fece uscire tutta la servitù dalla camera. Quando prese il bicchiere in mano, Clara si accorse di non indossare più i suoi vecchi vestiti maschili, bensì una tunica di lino bianco, e capì che il suo travestimento era stato certamente scoperto. Alzò subito lo sguardo sulla signora del palazzo, che si era spostata accanto alla finestra.
-Non parleremo del vostro inganno, - le disse la donna come prima cosa – è evidente che non avreste mai potuto arrivare fin qui, presentandovi semplicemente come la giovane fanciulla che siete.
Clara non rispose, ma rimase ad osservarla in silenzio, domandandosi dove quindi volesse portare il discorso. La donna non riusciva a stare ferma, si muoveva lungo la stanza con movimenti aggraziati, ma che tradivano il suo nervosismo. Finalmente prese coraggio e parlò:
-Sono consapevole che sapete tutta la verità, - le disse a mezza voce – ho riconosciuto il modo in cui fate uso delle vostre arti, sono le stesse di Lenora.
Clara era perfettamente a conoscenza del trattamento riservato a quelli come lei, e si spaventò molto nel sentire quelle parole.
-Mia signora... - provò a dire qualcosa, ma le mancò la voce.
-Vi ringrazio per non aver detto tutto ciò che sapete. E ho intenzione di tentare di rimediare a tutti i miei sbagli del passato. Sono stata folle nelle mie azioni, e mia sorella ha rischiato di andare incontro alla disperazione e alla morte, a causa mia. Farò tutto ciò che posso per ottenere il suo perdono.
La ragazza si concesse di respirare di nuovo, e la signora sorrise. Era la prima volta che Clara vedeva un sorriso sul suo volto, e quello era davvero il primo dopo tanti anni.
-Se non fosse stato per il vostro strano dono, - le disse senza guardarla negli occhi, - non avrei avuto nessuna possibilità di scoprire com'erano andate le cose, né di rivedere mia sorella Lenora. Non posso fare altro che ringraziarvi.
Si alzò e si diresse verso la porta.
-Anche mio nipote vuole ringraziarvi personalmente, - aggiunse poco prima di sparire.
Clara cambiò colore e si tirò su a sedere sul letto, poi si stese di nuovo, tirando le coperte fino al naso. Bernardino entrò dopo qualche minuto, e si chiuse la porta alle spalle. Inizialmente rimase vicino alla porta e non si avvicinò.
-Non avevo idea di chi tu fossi, - disse subito, – non avevo avuto occasione di guardarti da vicino, quando hai offerto i tuoi servizi al mio signore. Ma in ogni caso con quel travestimento non avrei mai sospettato che fossi tu.
Si mise accanto al letto, a poca distanza da lei. Clara poté osservarlo, finalmente. Era davvero lui, gli occhi erano di quel bambino che le era entrato nel cuore dieci anni prima. Solo in quel momento, dopo tanti anni passati con Lenora, riuscì a rendersi conto della somiglianza. I loro volti avevano la stessa dolcezza, tratti distesi che rivelavano un animo gentile. Non indossava più l'armatura, ma abiti adatti al palazzo.
-Ieri sera ho chiesto di poterti vedere in faccia, mentre dormivi. E ho capito chi sei.
Clara non sapeva proprio cosa dire. Le venne spontaneo scoprirsi il viso, e si lasciò guardare. Non c'era ragione di continuare a nascondersi.
-Bernardino, io non...ho scoperto tutto solo ieri notte. Non avevo idea che tu fossi qui. Ho passato tutti questi anni con tua madre, senza sapere chi fosse realmente...e sono così felice di rivederti.
Il ragazzo ignorando usanze, etichetta e buon costume, si sporse sul letto e la baciò, poi affondò il viso accanto al suo.
-Ho tanto sperato di rivederti, Clara – bisbigliò – quando tuo padre ti portò via dal monastero, il mio cuore si è fatto pesante. Quando uscii da là per la prima volta, scesi al villaggio a cercarti, ma nessuno sapeva più niente di te da anni. Pensavo che non ci saremmo incontrati mai più.
Clara non aveva parole, ma capì che andava benissimo così. Si godette in silenzio la presenza di Bernardino, che sognava da anni. Sapeva che da quel momento in avanti, tutto quanto sarebbe andato al giusto posto: i torti sarebbero stati risanati, lo strano dono del fuoco fatuo non sarebbe più stato considerato una malattia, coloro che si amavano d'ora in poi non avrebbero più dovuto restare separati.
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Pochi giorni dopo, un giovane gracile con grandi occhi neri, vestito con abiti semplici, con una piccola sacca di provviste sulle spalle e alcune monete d'oro, se ne partì dal folto del bosco, e si incamminò verso ovest, dove sorgeva una grande città piena di occasioni per giovani volenterosi. Dopo un paio di giorni arrivò a destinazione. Non aveva mai visto una vera città, ed erano anni che non metteva piede neppure nel suo tranquillo villaggio, quindi per lei era qualcosa di assolutamente nuovo. Tante persone, colori, odori, voci...lei che era abituata al silenzio del bosco, si sentì davvero sopraffatta, ma non si lasciò intimorire.
Come prima cosa, pensò di recarsi a mangiare qualcosa di caldo nella prima osteria che avesse trovato. Immaginava infatti che fossero maggiori le probabilità di scoprire qualche buona opportunità per trovare un'occupazione, e abbandonare quanto prima il suo travestimento di necessità.
L'osteria era fumosa e affollata. Clara ordinò una zuppa di cavolo nero e si mise in ascolto. I suoi vicini di tavolo erano davvero in grande eccitazione e parlavano di qualcosa che riguardava il signore della città.
-Sì, vi dico, il nostro signore non sa più come fare, - disse uno di loro, con un tono di voce decisamente sopra le righe, - da molti anni ormai la sua amata moglie è incontentabile!
-A cosa alludi, somaro che non sei altro? - gridò uno dei suoi compari in risposta, e tutti scoppiarono a ridere.
Persino qualcuno dei tavoli vicini, avendo sentito questo scambio di battute, era scoppiato in una gran risata, poi erano rimasti in ascolto per sentire il resto.
-Alludo al fatto, caro il mio sciocco amico, che il signore ha tentato di farle ogni tipo di dono per raggiungere il suo cuore e rallegrarla un po'...splendide vesti, ricchi gioielli, animali esotici. Ha chiesto consiglio a molti sapienti e ha seguito le loro indicazioni, ma niente, non c'è nulla che possa smuoverla. Se ne sta nelle sue stanze, in silenzio, da sola, accarezzando la variopinta coda dei suoi pappagalli e sospirando. Così ho sentito dire da più di una linguacciuta serva: non c'è nessuno che riesca a capire che cosa vuole davvero.
-E tu come conosci tutte queste serve del palazzo, eh?
E qui iniziarono a volare altre oscenità e battute di cui la ragazza non comprendeva neanche il significato. Ma aveva sentito quanto bastava. Terminò rapidamente la sua zuppa e se ne andò.
Sarebbe stato forse più facile mettersi al servizio di uno speziale o anche di uno scrivano, grazie alle sue conoscenze; al limite avrebbe potuto farsi assumere come serva presso qualche famiglia benestante, ma era come se quell'incarico la chiamasse: lei poteva davvero fare qualcosa per sciogliere il problema dei signori della città, contrariamente a molti altri che potevano solo tirare ad indovinare. Sapeva bene che si stava accingendo a correre un enorme rischio, ma in qualche modo sentiva di doverlo fare. Non aveva ricevuto quel dono senza una ragione, doveva solo cercare di usarlo con prudenza.
Cercò di farsi coraggio e, durante il momento delle udienze, si presentò di fronte al signore della città, affermando di poter risolvere il suo problema. Tremava di paura, ma cercò di sembrare molto sicura di sé e nessuno, osservandola, avrebbe mai detto che si sentiva in soggezione. Per prima cosa chiese quale idea si era fatto il signore in tutti quegli anni, sulla causa di quell'inguaribile tristezza.
-Per anni non abbiamo avuto figli, - le rispose lui, - perciò pensai che fosse questa l'unica causa del suo malessere. Però in seguito abbiamo ricevuto la grazia insperata di due figli, un maschio e una femmina, i miei amati eredi. E la tristezza, che all'inizio era scomparsa, è tornata negli ultimi anni più forte di prima.
-Vi ringrazio per la vostra risposta, mio signore. Vedrete che riuscirò a capire cosa le sia accaduto.
-Come può un ragazzino imberbe riuscire dove tanti anziani e sapienti hanno fallito? - gli fu risposto stancamente.
-Cosa avete da perdere, grande signore? Mi sarà sufficiente preparare con le mie mani un infuso per la vostra sposa, e dormire per una sola notte nella stanza accanto alla sua. Al mattino avrete la vostra risposta. E se tale risposta non dovesse soddisfarvi, potrete avere la mia vita per ripagarvi.
-Addirittura mettete sul piatto la vostra stessa vita, giovanotto? Ebbene io vi dico allora che se la risposta mi soddisferà, io vi darò in cambio qualunque cosa. Vedo dai vostri abiti che siete di umili origini. Io posso darvi rango, ricchezze, qualunque cosa pur di vedere la mia sposa sorridere nuovamente.
Quella sera, Clara venne lasciata sola nelle cucine del palazzo, e creò un potente infuso di melissa, valeriana e passiflora che la signora dovette bere prima di andare a dormire. A notte fonda, quando il palazzo intero si fu spento nel sonno e fu calato il silenzio, la ragazza si introdusse in quelle ricche stanze e si accovacciò accanto al cuscino della signora. L'infuso che le aveva preparato era molto potente, infatti stava dormendo profondamente: il momento della verità era arrivato. Evocò il fuoco fatuo, che illuminò le cortine del letto a baldacchino di un bagliore spettrale, e attese che le immagini provenienti da quel cuore tormentato si mostrassero a lei.
Quel susseguirsi di figure azzurrine fu qualcosa di incredibile: vide la signora che teneva per mano la sua sorella più giovane, due bambine graziose che correvano insieme. Ma all'improvviso la scena cambiava, erano adulte e la più giovane era rimasta incinta di un uomo sconosciuto, che diceva di amare profondamente. La signora era addolorata che la sua strana sorella avesse ricevuto il dono di un figlio, quando per lei invece sembrava impossibile. Pertanto l'aveva bandita in segreto dal palazzo e dai territori della città, facendo credere a tutti che fosse fuggita per coprire la sua vergogna: quella di essere una madre senza marito e quella di essere una serva del demonio, capace da tempo di attingere ad arcani poteri. Clara vide davanti ai suoi occhi la figura di quella nobildonna accusata e abbandonata da tutti, riversa a terra, morta. Le immagini cambiarono ancora, e nel palazzo azzurrino si presentò un ragazzo che si inchinava di fronte al signore. Il suo volto mutò sotto gli occhi di Clara e divenne quello di un giovane uomo: un uomo che somigliava incredibilmente a quella donna bandita dal palazzo tanti anni prima.
Clara, con le lacrime agli occhi, richiamò a sé la fiamma, uscì dalla stanza della signora nel più perfetto silenzio, e tornò a rifugiarsi in quella che le era stata assegnata.
Il giorno dopo, tutti gli abitanti del palazzo si riunirono nella sala grande. La voce di quel nuovo tentativo si era sparsa in fretta, ed erano tutti quanti in attesa del verdetto da parte di quel ragazzino che aveva messo in gioco tutto quel che aveva di fronte al signore della città. Seduta accanto al trono, c'era la sua sposa, pallida e seria, che attendeva in silenzio.
Ed ecco che le porte si aprirono ed entrò quel giovane, magro e femmineo, che aveva occhiaie scure e occhi rossi. Il signore attese che fosse arrivato di fronte a loro, poi parlò:
-Sto aspettando, - gli disse - qual è la vostra risposta, ragazzo?
Clara aveva passato tutta la notte a pensare a come dire la verità senza dire tutta la verità. Era una pericolosa possibilità che non le era neanche balenata per la mente, quando si era buttata in quell'incarico. In quel momento tutta la sala si era zittita. Non si sentiva un fiato, c'era un silenzio quasi perfetto.
"Ben puntellato, la nuca contro una pila di cuscini, i piedi contro la spalliera del letto, la schiena inarcata. Il petto in fuori, nudo, ben esposto. Il cuore, si sa dov'è. Una pistola, è solida, è d'acciaio. È una cosa. Scontrarsi, finalmente, con le cose."
«Non ho saputo prendermi cura di me stesso ma qualcuno, almeno una volta, avrebbe potuto occuparsi di me». Ecco, era questo che non aveva mai osato gridare agli uomini. Una supplica, era sempre meglio di niente. Una vera supplica può avere una grande forza. «Andarsene senza aver toccato nulla. Non dico la bellezza, la bontà… Con tutte le loro parole… ma qualcosa d'umano…»
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