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Sgarbi, santo subito

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Bellissimo articolo di Forchielli Mengoli...
https://www.linkiesta.it/it/article/2019/06/17/daniele-mingucci-vela-albero/42547/
Forchielli: Agricoltura: Spagna ci batte con la logistica, ovvio! Nei settori che richiedono infrastrutture e coordinamento di sistema siamo sempre perdenti! Il nostro maledetto DNA 🧬 Italico che mina ogni sforzo collettivo 😤😣😖😫😩 https://t.co/29gmku9mZ1
Agricoltura: Spagna ci batte con la logistica, ovvio! Nei settori che richiedono infrastrutture e coordinamento di sistema siamo sempre perdenti! Il nostro maledetto DNA 🧬 Italico che mina ogni sforzo collettivo 😤😣😖😫😩 pic.twitter.com/29gmku9mZ1
— Alberto Forchielli (@Forchielli) June 5, 2019
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Dovete sempre chiedere il meglio (soprattutto se non avete il becco di un quattrino): i consigli pirateschi della Awanagana Mengoli per sopravvivere alla giungla
In molti mi chiedono di parlare ancora delle strategie di Awanagana Mengoli National Nasa Geographic Group perché in un vecchio “ammazzacaffè” raccontavo come fare del “new business” di successo, creativo e banditesco (quanto basta, ovvero senza esagerare come fa, per esempio, l’industria automobilistica tedesca), e con il mio amico che applicandolo alla lettera ha acquisito subito tre nuovi clienti. E la ragione di quel trionfo di nomi famigliari era frutto della strategia per superare il filtro dei sottoposti (Salve, sono Mengoli della Awanagana Group… del National Geographic… Scusi, come? Della Nasa… E così via). Sta di fatto che il giorno successivo a quell’“ammazzacaffè” sono stato invitato a tenere una conferenza pubblica su Awanagana Group – giuro, prima o poi accetto l’invito – e non passa settimana che qualcuno non mi chieda come si comporterebbe Awanagana Mengoli di fronte a una situazione ingarbugliata – che resti tra noi, lo stesso Alberto Forchielli mi ha chiesto una “Awanagana consulenza” su una intricata questione asiatica (i dettagli, lo capirete, sono top secret). Insomma, per farla breve, adesso è venuto il momento di darvi un altro consiglio. L’intento, ovvio, è come quello di Marco Montemagno, la social-star del digital-marketing. Io ti do una infarinatura gratis e poi tu mi chiami per una consulenza strapagata che però ti farà diventare schifosamente ricco. D’altronde la vita di oggi funziona così: arride ai pirati; e allora: piratiamo! Il tema odierno è dedicato ai preventivi, di qualsiasi tipo. Prendiamo una ristrutturazione. Casa vostra, l’ufficio, il capannone, la Lombardia, poco importa la location. Siccome siete brave persone, per prima cosa pensate al budget, a quanto avete da spendere, giusto? Sì, giusto ma è un errore grossolano. Non dovete farvi scoprire. Di soldi se ne parla solo quando non se ne hanno. Il ragionamento da fare è un altro. Dovete concentrarvi sull’eccellenza. Volete il meglio o il peggio? Dai, voi valete il massimo! E dovete dirlo ai vostri interlocutori. Io voglio il meglio. Un po’ come quelli che tanti anni fa vendevano le assicurazioni con la catena piramidale e ti dicevano: preferisci vedere il mondo in bianco e nero o a colori? Ovvio, a colori! Ecco, voi valete il super-colore, il meglio del meglio. Fatevi fare un preventivo pretendendo il meglio per voi, ve lo meritate. Siete nati per il meglio e glielo dovete dire ai vostri fornitori.
Come dite? Il meglio non ve lo potete permettere?
Questa è una frase da dilettanti allo sbaraglio ma, per fortuna, c’è Awanagana Mengoli. Sì che ve lo potete permettere. Funziona così. Chiedete il meglio perché se già dite fin dall’inizio che non avete budget, i vostri fornitori – che già seguono i miei consigli – vi daranno i prodotti peggiori, anzi, il peggio del peggio. C’è la giungla oltre il vostro pianerottolo, ricordatelo sempre. Lupo sbrana agnello. Ma lupo e lupo fanno branco. Perciò non trattate, dite sempre: voglio il meglio.
Come? Non ve lo potete permettere? Ancora? Ma siete insopportabili. Ve lo potete permettere perché quando il lavoro sarà finito, avanzerete le vostre inevitabili recriminazioni. Potete attaccarvi a qualcosa di non impeccabile? Il lavoro è venuto bene ma non benissimo? Ma i miei soldi, invece, sono buonissimi! È così che direte con tono pacato ma perentorio ai vostri interlocutori, chiedendo uno sconto super per l’inconveniente. Le discussioni dovrete tirarle in ballo a lavori terminati. Anche dal dentista, mi raccomando. Sì, sì, proceda pure con la soluzione più costosa. Tanto, dopo, non ve la viene mica a togliere dalla bocca. E se gli darete solo il 40% della somma pattuita, lui continuerà ugualmente a girare in Porsche 911. Sia che i lavori siano venuti bene e sia che siano venuti benissimo, la regola di Awanagana Mengoli è la seguente. Guardi, direte al vostro fornitore, io le dovrei 10 ma posso darle 4, prendere o lasciare. Altrimenti andiamo pure in causa e ci vediamo in tribunale tra dieci anni. Io non ho fretta e, soprattutto, non ho intestato niente. E anche se avete trecento immobili nel centro storico di Milano-Roma-Firenze-Venezia, bluffate; oppure intestate tutto ai vostri cari e datevi alla pirateria in allegra leggerezza. Poi, prima del congedo, c’è l’ultimo tocco di Awanagana Mengoli National Nasa Geographic Group. È il tocco dell’artista. Di fronte alla faccia basita del vostro interlocutore, subito dopo, direte: però i 4 te li bonifico oggi stesso, siamo sempre tra galantuomini. E c’è da scommetterci che di questi tempi il vostro interlocutore penserà: forse poteva andarmi anche peggio.
Michele Mengoli
www.mengoli.it
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Nuova rubrica! Odissea tragicomica di un cronista alle prese con l’ufficio centrale dell’Inps
Michele Mengoli è fenomenale. Con la famiglia abita a Bibbiena, in mezzo alle foreste aretine, roba medioevale, da battaglia di Campaldino; con il cuore è a Rimini – a cui dedica reiterati articoli – con la testa è a Capo Verde e con il talento è il direttore – almeno – del “Washington Post”. Mengoli, quando è in giacca e cravatta, è un super esperto di orologeria; quando è ‘informale’ è un giornalista che si occupa di economia, quando è in mutande scrive romanzi. Il primo romanzo si chiama “A capo, di tutto”, ed è un noir rivierasco che flirta con la fuga e con il rischio. Con il secondo libro Mengoli punta una pistola in faccia – letteralmente – ad Alessandro Baricco e agli scolaretti della Holden, si intitola “Iene di carta” e ha l’odore fumante di una sfida. Con il terzo libro Mengoli ha messo la testa a posto. “Il potere è noioso” è un libro scritto con Alberto Forchielli, che è il piccolo Buddha dell’economia planetaria, il Leonardo della globalizzazione, un genio. Il libro lo ha stampato Baldini & Castoldi, l’anno scorso, un fiato prima di fallire. Bellissimo. Ora Mengoli mi vuole fare leggere il suo ultimo romanzo, “Ecco luglio”. Intanto, non posso che imbarcarlo sulla zattera di “Pangea”, perché uno scrittore corsaro come lui è impareggiabile. Ad ogni modo, lui, il Mengoli, lo trovate su www.mengoli.it e gli potete scrivere qui: [email protected] (d.b.)
L’IN(P)Sostenibile leggerezza dell’essere morti
Avete presente quei film di fantascienza ambientati in un futuro cupo? Tipo quelli dove le coscienze sono controllate da un’entità collettiva e le emozioni sono sedate perché non succeda nulla? Ecco, io ci sono capitato dentro. Mi è successa una roba incredibile, estrema, distopica. Sono stato all’Inps.
Arrivo nella strada indicata nella lettera di convocazione, cerco il numero civico nel muro, ma non c’è. Supero un cancello aperto, entro in un cortile e sul retro vedo un signore che fuma assorto appoggiato alla ringhiera di una rampa.
“Buongiorno, mi sa dire dov’è il civico numero 2?”
“È questo” mi fa lui indicando con un cenno dello sguardo la porta a vetri alle sue spalle. Osservo la porta e i muri circostanti e non c’è una targhetta, neppure un adesivo o un foglio A4 attaccato con lo scotch a indicare il ruolo di quel palazzo nel delicato equilibrio dell’Europa di oggi.
Lo ringrazio ed entro.
Dieci minuti dopo sono testimone di una visita inutile perché già anticipata da diversi referti specialistici di altri enti pubblici e difatti dal buongiorno all’arrivederci passano due minuti scarsi.
Vi starete chiedendo, allora non è servita a nulla? È servita a tenere svegli i tre medici seduti uno accanto all’altro, stretti-stretti, dietro a un tavolo che sembrava un banco delle scuole medie degli anni Settanta. Ah, non sembrava, era un banco delle scuole medie degli anni Settanta. Mentre uno dei tre, il più giovane, scriveva una sorta di resoconto al pc – che mi è parso avesse una specie di fessura orizzontale, tipo la Bocca della verità, oppure era il lettore del Floppy disc, non saprei.
Appena entrato – o alla fine della visita, come preferite – ho fatto una domanda. Loro tre si sono guardati in faccia reciprocamente, spaesati, come se l’entità superiore che stava guidando le loro intelligenze fosse andata momentaneamente in crash.
Dopo qualche istante mi ha risposto il più anziano.
“Veramente noi non siamo i competenti in merito a questa richiesta.”
“Allora con chi devo parlare?”
“Deve chiedere della signora Sbirulino nell’ufficio centrale.”
L’ufficio centrale dell’Inps.
Suonava male anche detto dal medico, ma adesso se vi dico che quando sono entrato nell’ufficio centrale c’era una sirena a volume assordante, be’, dovete credermi.
Per i dipendenti dell’Inps doveva essere normale quel suono. Nessuno faceva una piega. Addirittura c’era una specie di Rosy Bindi in versione rock, con i capelli biondo-platino sparati verso l’alto, il giubbino nero in pelle con le frange, i jeans ultra-skinny e il tacco quattordici con plateau. Prima ha impartito qualche direttiva a un paio di sottoposti e poi è andata al distributore automatico e si è gustata il caffè sempre con quel turbinio nelle orecchie. Ripeto, senza fare una piega. Intanto tutti gli altri lì dentro si guardavano increduli, come decine di casalinghe di Voghera sotto la piramide del Cocoricò nella notte di Ferragosto del 1995.
D’un tratto la sirena ha smesso e sulla scena è comparsa una guardia giurata con una sfilza di gradi sulle spalline imbottite del bomberino che sembrava un generale di corpo d’armata.
La guardia giurata si è sistemata all’ingresso, sulla destra, prima della macchina del caffè di Rosy-Bindi-Rock, accanto al distributore automatico dei numerini per le varie file. Si è messo lì dietro e ha appoggiato entrambe le mani sul suo banchetto. Era stremato. Ho guardato l’orologio. Le nove e un quarto del mattino.
Sulla sinistra, invece, c’era il banco delle informazioni con tre addetti. Ancora oltre, la sala d’attesa. Vado al banco delle informazioni. Il tipo si lamenta. Stamattina sono già tre o quattro quelli che sono entrati chiedendo se era l’indirizzo dove ero andato io poco prima e lo diceva con lo sguardo anche verso di me, come per sfogarsi.
Io gli dico. “Non so qui fuori perché non ci ho fatto caso, ma all’altro ingresso non c’è il numero civico e nemmeno una targhetta. Di là siete in incognito.”
Lui non mi risponde ma gli monta la stessa espressione spaesata dei tre medici della visita. Aggiungo: “Scusi, dove posso trovare la signora Sbirulino?”
Si riprende e mi risponde: “Deve chiedere alla guardia giurata.”
È andata proprio così. Il tipo delle informazioni mi dice che le informazioni vanno chieste alla guardia giurata.
Lo faccio. Riparte la stessa domanda. Per tre volte, perché la guardia giurata non capiva il cognome che io gli dicevo. Per tre volte mi ha ripetuto lui una roba che non ho capito io, perché non ho dimestichezza con il suo dialetto stretto, che poteva anche essere aramaico per quanto ero lontano dal comprenderlo.
Probabilmente è stato lui che ha spento la sirena infernale, perché con risoluto pragmatismo ha risolto la questione spingendo il pulsante delle file e dandomi in mano il numerino “C8”.
L’ho ringraziato e mi sono avviato verso la sala d’attesa. Lì ho incrociato lo sguardo di una signora, che doveva essere una habitué, perché ha guardato il monitor che indicava “C3” e ha sbuffato un sorrisetto di scherno e con il suo dito indice sul mio tagliando mi ha informato che al mio turno potevano volerci anche un paio d’ore.
Ho buttato il numerino nel bidone e sono uscito in strada. Ho girato la testa. Il numero civico non c’era neppure lì. Ho respirato forte. I passanti camminavano veloci sul marciapiede. Le auto affollavano la strada. E ho sorriso ai segnali di vita che ancora c’erano fuori dall’Inps.
Michele Mengoli
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