(Il difetto maggiore degli italiani)
Credo che il difetto maggiore degli italiani sia quello di parlare sempre dei loro difetti. In nessun altro paese inchieste simili sarebbero accolte con simpatia: qui vengono sollecitate. Ora, quelle poche volte che sono stato fuori d'Italia mi sono trovato tra popoli perfetti, tra gente che, sapendomi italiano, non mi nascondeva la sua compassione per i miei difetti meridionali e mediterranei. Alla fine mi sono stancato. Ho superato l'età dell'indignazione e non sono più d'accordo con i moralisti di casa che rimproverano all'italiano medio di non essere un paradigma sociale o morale. L'italiano medio è quello che è e i suoi difetti cominciano a piacermi.
Mi piace, per esempio, che sia generalmente bugiardo. Non credo che avrebbe potuto vivere in questo paese per tremila anni senza adattare la cruda verità ad una ragionevole menzogna. In un territorio di conquista e d'invasione l'italiano aveva un solo mezzo per difendersi, nascondere la verità o perlomeno ritardarla. (Anche oggi lo Stato, attraverso molti suoi organi, gli impone di essere bugiardo, o reticente). Mi piace che pensi sempre alle donne. Perché non dovrebbe pensare sempre alle donne? Che c'è di meglio? Gli uomini, forse? Bene, allora lasciatemi ai miei gusti. Mi piace che sia pigro. Se, essendo pigro, deve lavorare tanto, figuriamoci se non fosse pigro. Mi piace che sia gentile, sentimentale, cinico, spendaccione, imprudente, frivolo, fastoso nelle sue cerimonie. Sono modi di amare la vita, di volerla capire, di forzarla, di esaltarla. Mi piace che non sia tanto patriottico. Questo gli ha permesso di superare la crisi nazionalistica quasi senza dolore, gli permette oggi di essere uno dei popoli meno razzisti e intolleranti, il più pronto nell'ammirare le virtù degli altri popoli e nel copiare i loro difetti più vistosi. Mi piace che sia generalmente estroverso e che ami vivere alla giornata. Questo gli ha permesso di amare l'arte, di arricchire il suo paese di monumenti o di distruggerli senza troppo rammarico. Mi piace che non abbia molto sviluppato il senso dei rapporti sociali. Nei paesi dove questo senso è molto sviluppato, le maggiori garanzie, il maggior rispetto reciproco non salvano l'individuo da un altro genere di solitudine.
I difetti! Tutti ne parlano. Non mi dispiace nemmeno che l'italiano del nord se la pigli tanto con l'italiano del sud e gli rimproveri quei difetti che egli, per le mutate condizioni economiche, non possiede più da qualche decennio. È forse questa una prova che l'italiano non vede al di là del proprio campanile? Bene, anche questo mi piace. È un modo di amare il proprio campanile, una prova che l'italiano ama faziosamente la sua terra perché si riconosce parte di essa, da vivo e da morto. Ed è anche una prova che se non altro sul piano dei difetti, l'unità italiana (della quale si dubita troppo) è cosa fatta. Mi piace infine che l'italiano sia portato alla confusione. Ma c'è un altro modo per salvarsi dall'ordine? Dirò di più: mi piace che ami il suo "particulare", perché questo egoistico amore gli permette di esprimere il suo vero genio, la solidarietà umana, nei momenti veramente difficili. Potrei continuare.
Evidentemente, quando si parla dei difetti dell'italiano si prende a confronto un popolo ideale che non esiste in nessuna parte del mondo ma che noi, sempre ottimisti (altro difetto!) crediamo che viva e prosperi realmente. E come lo ammiriamo, questo popolo sconosciuto! Non pensiamo mai che l'italiano ha sviluppato i suoi difetti come altrettante forme di difesa, per aderire ad una realtà storica, al clima, alla povertà del suolo, all'angustia dei mari, alle varie tirannie spirituali ed economiche; per essere, infine, il più razionale ed economico possibile nelle sue manifestazioni di vita, cioè utile a se stesso, e andare avanti, continuare la specie. Senza i suoi straordinari difetti l'italiano oggi non esisterebbe, e sarebbe un gran male. La Natura o, se vogliamo, la Civiltà, ha dato all'italiano un gran compito: quello di sopravvivere. Egli lo assolve pienamente, da secoli, con un impegno che non esclude il divertimento. Si chiedeva uno scrittore americano (mi dispiace di non ricordarne il nome) che cosa resterebbe sulla Terra dopo una terza guerra mondiale. E rispondeva: "Di sicuro, cinquanta milioni di italiani". Ciò può essere triste, ma è anche confortante. Tutto sommato, credo che il gran parlare che sui giornali si fa dei difetti dell'italiano sia anche questa una forma di difesa, la più astuta e disinvolta. Parlandone, si finisce per capirli e per accettarli come la necessaria garanzia che noi non siamo perfetti in niente ma abbastanza vivi e curiosi di noi stessi.