Ripensandoci, a distanza di molto tempo, capivo che mi ero cucita addosso unâimmagine di te âsu misuraâ. Son brava nei lavori di sartoria, un poâ meno coi numeri, cosĂŹ la taglia non era risultata giusta e tu, probabilmente, non avevi tutta quella stoffa.
O forse lâavevi, ma ti pareva uno spreco utilizzarla per un abito solo. Un abito che piĂš lo guardavi, meno ti piaceva e oltretutto, in futuro, avresti potuto averne bisogno per altre occasioni. Non si può mai sapere che cosa la vita ha in serbo per noi.
Non potevi correre il rischio di metterti a nudo, soprattutto ora che il freddo dellâanima cominciava a farsi sentire.
Perciò lentamente e con garbo riponevi la pezza nello scaffale dei ricordi strappandomi di dosso ciò che con troppo entusiasmo avevi elargito .
Mi sarei dovuta accontentare di un succinto babydoll di impalpabile organza da indossare rigorosamente in privato, nelle sporadiche notti di luna piena, per poter ricordare il senso di noi, quello che avevamo ritrovato in quellâincontro inatteso e rubato allâarchitettura di una vita in gabbia e senza scampo.
Però io intanto, insieme alla stoffa, avevo tagliato le sbarre delle tua prigione. Finalmente eri fuori⌠e allora perchÊ non approfittare di questa nuova prospettiva?
Per nulla rassegnata e con troppa predisposizione al telaio e alla penna mi calavo nei panni di una nuova Penelope sperando nel tuo ritorno e intessendo per noi inconsistenti trame di velluto su un ordito di parole, mentre tu, Ulisse, esperivi il gusto di una nuova libertĂ , che certo ti aveva portato nel mare burrascoso e difficile della vita, ma che non ti impediva di incontrare le Sirene o la Maga Circe con rinnovato piacere.
CosĂŹ, a distanza di molto tempo, ogni tanto distrattamente ci penso.