Da più di vent’anni ho amici che vivono a Bologna. E da vent’anni sono sempre stato uno di quelli che “fortunato te che vivi a Bologna”. Sarà che quand’ero al liceo e poi all’università qualcuno ha detto pure a me che Bologna è la Londra italiana, ci sono rimasto sotto. Le prime volte non badavo neanche alle risposte che mi venivano date. Poi iniziai a notare dei sospirosi “eh già” e infine, quando ai party selvaggi si sono sostituite le cene a casa, ho incominciato a chiedere a bruciapelo: spiegami, perché Bologna continua a piacere così tanto! Qualcuno, sorpreso, mette assieme qualche motivazione, mentre continua a imboccare un marmocchio o trascina il cane giù dal divano: perché è pieno di belle ragazze, è la versione dei perenni latin-lover; perché c’è gente che sa vivere, è la versione dei nottambuli; perché ci sono i portici e si può uscire anche quando piove, è la versione degli urbanisti. Qualcuno, più impegnato, mi dice: perché è una città a misura d’uomo. Qualcuno, più onesto con se stesso, mi dice: perché vengo da Pescarolo.
A pensarci, anche Padova è a misura d’uomo e anche a Modena si mangia un gran bene, anche i romagnoli sanno decisamente come vivere, e pure Treviso ha i suoi portici sotto cui passeggiare, e le ragazze di Macerata o di Livorno mi pare che non abbiano nulla da invidiare alle bolognesi - tra l’altro difficilissime da scovare tra migliaia di universitarie fuori-sede. Capitolo a parte meriterebbe poi tutto il sud dell’Italia in blocco.
Nessuna di queste città, tuttavia, raccoglie il plebiscito di simpatia che tocca a Bologna. E questo mi sembra il primo dato su cui riflettere. Una spiagazione è forse, per così dire, di natura logistica: “importante snodo ferroviario”, come si impara a scuola, per Bologna passa più gente che per le altre città e quindi ci sono più ricordi e anche più leggende. Ci sono quelli che hanno fatto il servizio militare lì, nel terzo artiglieria, quelli che c’hanno incontrato l’esperissima Isotta, quelli che c’hanno iniziato il Dams e hanno finito per baraccare alle feste degli universitari fino a trent’anni, quelli che ci sono andati per un concerto al Covo ma hanno tamponato in via Stalingrado e sono finiti al Freakout (e vi assicuro che sono due esperienze totalmente diverse), quelli che hanno assistito al live dei Mr. Bungle all’Estragon nel 1996 “senza sapere che ci fosse Mike Patton”, quelli che hanno perso la coincidenza per Venezia Mestre, o che hanno fatto una sosta obbligata perché salire verso il nord è un’anabasi estenuante e una trattoria bolognese è un buon modo per sopravvivere e per rimanere ancorati alla genuinità prima di soccombere nei ritmi industriali. Poi ci sono le parole, o meglio parole-simbolo che alimentano miti godereccio-gastronomici: “tortellini” suona dieci volte di più allegro di risotto allo zafferano o fonduta o abbacchio e anche “lambrusco”, per quanto sia uno dei vini a più alto rischio-sbratto che ci siano in giro, è una parola più allegra e musicale di chianti o nero d’avola. Lo senti e immagini già una tavolata in taverna con Guccini, Dalla e Vecchioni che cantano Porta Romana.
Allora perché non vivo a Bologna? La prima risposta che mi viene è questa: perché dove vivo in poco più di tre anni sono riuscito a crearmi un microcosmo di affetti e abitudini, mi sono creato un bozzolo e mi ci trovo bene dentro. Tante volte, anche per motivi lavorativi, mi sono chiesto se, potendo trasferire questo bozzolo, andrei a vivere a Bologna ma finisco sempre per dirmi che se fossi in grado di andare là, probabilmente potrei vivere indifferentemente a New York, a Sydndey o a Parigi. E se approfondisco la mia riflessione, concludo che tutto sommato questo bozzolo preferisco tenerlo dove sta. Perché? Un po’ perché mi sono affezionato ai portici della mia città, più affettuosi, più casalinghi dei larghi splendidi portici di Bologna e un po’ perché mi inquieta tantissimo una cosa: se tolgo quelle mie amicizie bolognesi da vent’anni, conosco ragazzi che in cinque anni di Bologna hanno stretto rapporti con tre persone in croce. Perché se è la Londra italiana (forse) per i pregi, lo è (senza dubbi) anche per i difetti; magari non per lo smog ma sicuramente per i rapporti mordi e fuggi. Ci sono ragazze/i che si sono fatti “½ città” da così tanti anni che a quest’ora Bologna dovrebbe avere 6OO mila abitanti. Ci sono occasioni in cui vai a una serata e incontri un tuo amico di Catania ma non incontri gli amici di Bologna. Sono anni che passo per la piazza sotto casa di un’amica: non ci siamo mai incontrati per puro caso, mentre una volta ho incrociato Michael Amott dei Carcass in via Rizzoli. C’è una tradizione che preme sulla città ed è una tradizione campagnola, quella saggia, che raccoglie raffinati e semplici, cattolici e comunisti, che nel corso degli anni, si è evoluta, si è educata e alla fine si è assuefatta alle civetterie, sotto gli occhi di tutti.
Se arrivi da fuori, dopo pochi passi percorribili a piedi o con i mezzi pubblici in costante movimento di giorno e notte, puoi rimanere meravigliato dalle vecchie stradette del centro storico dove è difficile trovare altrove un’operazione così meticolosa di restauro cittadino; puoi sorprenderti dell’umanità delle piazze nel rione della Bolognina, puoi lasciare il cuore sul menù dell’Orsa, o nella granita al pistacchio di via Mascarella e nel vicino Modo (definirla libreria è riduttivo); ma se ci nuoti un po’ puoi restare sorpreso di quanti bolognesi siano solo meri osservatori per poi postare foto e commenti su Facebook a mò di Tripadvisor o giornalino d’istituto mentre puliscono le loro Vans per il prossimo concerto dove “bisogna esserci”. Ecco, Bologna è la città-orgia degli eventi ai quali bisogna presenziare: la mostra dedicata a Bowie, il concerto dei Converge e almeno 1O concerti l’anno come quello dei Convege, un tempo il Decadence ora il College Party (stesso posto, livello culturale anche), il Bilbolbul, l’I-Days, il Biografilm, le serate al Cassero, eccetera.
Un tempo si diceva “Bologna è la città-vetrina dei comunisti”. Certamente, una città-test dove i comunisti hanno sfoderato una certa efficienza accompagnata da una buona dose di fortuna dettata dal contesto: a Milano o a Torino penso che i comunisti non sarebbero riusciti a fare nessuna vetrina. Peccato che a furia di allestire questa ventrina abbiano finito per confondersi con i manichini. Tant’è che adesso mentre a Faenza puoi trovare locali che non servono Coca Cola come gesto politico e altrove che reinvestono parte dei guadagni invernali in eventi gratuiti estivi (concept usato in verità da 11 anni dallo Zoo di Bologna con l’Handmade, che però non si svolge a Bologna ma vicino Reggio) Bologna sembra sempre più “la settimana di qualcosa” in formato mignon, dove uno spritz che costa meno di 5€ è sempre più difficile da trovare - persino in posti storicamente “contro”, come il TPO. Una forma di sottile infighettimento a me profondamente sgradita. Allora mi accorgo di essere affezionato più all’idea (accumulata negli anni) che ho di questa città che a come realmente è.