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Molto spesso mi viene detto: "Dovresti scrivere un libro"; alcuni, appena vedono che qualcuno scrive tanto e spesso, subito offrono questo suggerimento e a prescindere dai contenuti proposti. Poi non leggono - e si vede da come scrivono e pensano che non leggono - nemmeno le scritte sul bagnoschiuma mentre sono seduti sul water.
Pertanto, volessi io davvero cimentarmi nell'arte della scrittura per volumi che fa figo, a chi servirebbe il libro che potrei scrivere?
Salve a tutti, quest'anno non sono stata molto attiva e la cosa mi dispiace. Mi piacerebbe tornare ad essere attiva, ma vorrei un vostro parere: dovrei continuare a postare frasi o dovrei modificare il blog? E, nel caso, quali contenuti dovrei aggiungere?
Vi ringrazio in anticipo per i consigli e spero di tornare presto attiva.
-La vostra Magismagisque ♡

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Il messaggio della mia amica mi fa ricordare dell'indignato Nicola Ferrelli che si lamentava che non riusciva a trovare personale non perché non ci fossero candidature ma perché “osavano” chiedere a quanto ammontava lo stipendio e per quante ore si lavorasse. Ma i casi sono parecchi, in cui imprenditori anche (e soprattutto) rinomati si lamentano di “questi” che vengono a chiedere informazioni.
I gruppi di Facebook poi sono una fonte preziosa di queste testimonianze, ricordo l'annuncio dell'albergatore a Pietrasanta:
E ho anche letto parecchio, sempre su vari gruppi Facebook, di persone che avevano il timore di chiedere dello stipendio e di quante ore di lavoro si trattasse. Come se non fosse un proprio diritto. Ma su questo piano posso parlare anche a livello personale. Lavoravo in una rosticceria gestita da una mia mezza parente. A parte la paga misera (280 euro al mese, nessun contratto, abbiamo dovuto pagarci di tasca nostra il certificato HACCP; due sole domeniche libere e dopo chiese anche che venissimo tutte le domeniche esclamando "tanto noi ve le paghiamo" come se ci stesse facendo un favore a noi banconiste - che in realtà facevamo di tutto, dalle pulizie, alla cassa, al cucinare il cibo -) ricordo la vergogna che provavo quando puntualmente la datrice di lavoro si “dimenticava” i soldi e dovevo chiederglieli, come se non meritassi quei soldi, come se non mi li fossi guadagnata, come se non ci avessi buttato tempo ed energie appresso. Ricordo anche l'umiliazione di essere tornata in rosticceria dopo essermi licenziata per prendermi gli ultimi 15 euro di stipendio che doveva darmi, soldi che non mi diede nemmeno lei di persona ma la figlia allora adolescente.
Leggo un articolo del Fatto Quotidiano in cui lo dice chiaramente: “il datore di lavoro e il direttore del personale hanno paura di legittimare il candidato a richiedere una retribuzione più alta” mettendo annunci ambigui o appunto dove non viene specificato lo stipendio, ore di lavoro, tipo di contratto. Articolo in cui, poi, viene anche specificato del perché certi imprenditori, spesso per visibilità, si lamentano di non trovare personale:
“All’Inps risultano 368mila assunzioni stagionali da maggio a luglio, dato già di per sé sufficiente a smentire sia le previsioni catastrofiste delle rappresentanze imprenditoriali sia le tante dichiarazioni sulla presunta mancanza di candidati”, racconta Danzi. “Come se non bastasse, con il nostro giornale SenzaFiltro abbiamo scoperto come molti degli imprenditori che lamentavano carenza di personale non l’avessero minimamente cercato o, quanto meno, non lo avessero fatto sui canali adibiti a tale scopo: le piattaforme dedicate e i centri per l’impiego“. Tra loro ad esempio Paolo Agnelli, numero uno dell’omonima azienda di lavorazione dell’alluminio nonché presidente di Confimi Industria, l’organizzazione che rappresenta gli operatori del settore manifatturiero e dei servizi alla produzione. “A ottobre 2020 vari giornali hanno ripreso la sua testimonianza sulle difficoltà a reperire addetti ma da una verifica effettuata in quegli stessi giorni non è emersa alcuna offerta di impiego pubblicata dalla sua società su LinkedIn né altrove nel web, così come nessuna sezione ‘lavora con noi’ risultava disponibile sul sito istituzionale”, spiega il fondatore di FiordiRisorse. “Un fact checking analogo è stato fatto in estate anche su tanti altri nomi, da Paolo Bianchini, presidente di Mio Italia, ad Andrea Madonna, che guida la sezione veneta della stessa associazione di categoria per albergatori e operatori turistici, fino a Daniela Petraglia, presidente di ConfRistoranti Confcommercio Provincia di Pisa. E in tutti i casi l’esito è stato il medesimo: offerte di lavoro non pervenute”. Al punto che, precisa Danzi, “viene da pensare ci si basi sul semplice passaparola o su agenzie interinali locali” invece che “fare ricorso a professionisti del personale o meccanismi di selezione strutturati“. Per poi lamentare pubblicamente, forse per “desiderio di visibilità”, le presunte difficoltà a reperire personale.
Una delle poche cose buone di questa pandemia è stata proprio il fatto che molti che prima lavoravano con turni allucinanti, sono stati costretti a stare a casa e non lavorare (ad esempio commesse di negozi, soprattutto dei centri commerciali, che stavano a casa la domenica, durante le festività, chiusura anticipata). Cioè molti lavoratori, restando a casa causa lockdown, si sono ricordati di avere una vita al di fuori del lavoro e che forse avere del tempo per poter anche semplicemente riposare. Dunque risulta sempre più insopportabile per il lavoratore dover accettare certe condizioni, anche solo certi atteggiamenti da parte del datore di lavoro che si prende addirittura la libertà di lamentarsi se un candidato gli chiede della paga. Ovviamente la richiesta si è fatta più feroce e spudorata, ed i lavoratori stanno iniziando a ricordare - mi auguro, spero - che hanno dei diritti, una dignità, una vita, che prima di tutto sono delle persone e che offrono solo la propria esperienza, la propria forza lavoro non la propria vita.
“ Non mi piace fare teoria ma credo che una tecnologia si sviluppa e si afferma solo se incarna un contenuto capace di suscitare un desiderio. Senza questa laica trinità (tecnologia, contenuto, desiderio) nessun nuovo medium, nessun nuovo strumento o linguaggio può imporsi. Ogni tecnologia per essere accettata (e cioè seguita, ambita, anche solo acquistata) deve dimostrare di avere un contenuto che a me – a me cittadino, potenziale fruitore – risulta attraente e in qualche modo irrinunciabile. Deve essere in grado, cioè, di alimentare un mio desiderio, convincendomi a cambiare un comportamento. Il caso della radio è emblematico in un momento particolare della sua storia. A metà degli anni Cinquanta commercializzano il transistor, questa geniale invenzione (che valse a tre fisici americani il meritatissimo premio Nobel per la Fisica nel 1956) che elimina le valvole e consente di ridurre prodigiosamente le dimensioni dell’apparecchio. La radio può miniaturizzarsi e diventa portatile; può smettere di essere qualcosa di immobile e familiare, insediato negli spazi centrali della casa (e che per questo doveva adottare un linguaggio generalista e plurigenerazionale capace di richiamare e radunare tutti), per trasformarsi in qualcosa di personale, che può stare nella mia stanza. Ma perché io devo desiderare una mia piccola radio personale, diversa da quella dei miei genitori, da ascoltare da solo nella mia cameretta? Il caso vuole che nello stesso giro di anni si affermasse un linguaggio, musicale e molto più che musicale, che alimentava proprio il desiderio delle generazioni di definirsi per differenza, ossia il rock’n’roll. La prima radio a transistor viene messa in vendita il 18 ottobre del 1954, Rock Around the Clock era stata incisa poco meno di sei mesi prima. Ecco perché desidero la mia radio, per ascoltare una musica diversa da quella dei miei genitori! Per non dire una cosa alla lunga più importante: non c’è più bisogno del filo elettrico per ascoltare la radio, che così può portare informazioni e suoni davvero ovunque, realizzando quel destino wireless che era già contenuto nell’intuizione di Marconi, come ha fatto notare Riccardo Chiaberge. Nasce anche una nuova industria e anche in questo caso accade qualcosa di istruttivo dal punto di vista della cultura industriale. Gli americani lanciano le prime radio a transistor ma poi fermano la produzione, forse per non danneggiare le grandi industrie che vendevano le valvole e le vecchie radio. Allora a commercializzare le radio a transistor in America arriva una azienda giapponese, la Tsushin Kogyo, ma il nome del marchio era impronunciabile per gli americani. Quindi i giapponesi inventano un nome nuovo e facile: Sony. Del resto c’è un film di Spielberg, 1941 Allarme a Hollywood, in cui si immagina che i giapponesi razziano la West Coast (era l’incubo americano durante la guerra nel Pacifico: il film ironicamente finge che si sia realizzato) e al momento di trascinare la grande radio d’anteguerra sul piccolo sommergibile si accorgono che non c’entra e lanciano la maledizione: «bisognerebbe inventarle più piccole». Una specie di intuizione «post-datata». Vedi quante cose insegna sulla storia materiale e dell’immaginario la vita della radio? “
Marino Sinibaldi, Un millimetro in là. Intervista sulla cultura, a cura di Giorgio Zanchini, Laterza (collana Saggi tascabili), 1ª edizione 2014. [Libro elettronico]
Con una persona intelligente godi anche quando non stai facendo sesso.
Ma questo è un piacere riservato a pochi.