banana
L’albero delle mele 1. Giulio Caproca e Sandro Chemale sono due medici che odiano i loro antenati per avere inventato o accettato gli stupidi cognomi. Lavorano entrambi all’ospedale delle Buone Sorelle; il primo è ginecologo, l’altro reumatologo. Quando deve presentarsi il Caproca usa l’erre moscia, dice: “Piacevre, Cavroca”. “Come?” E lui, con un sorriso storto, svela l’umiliazione. Invece il Chemale tratta con malcelato fastidio i pazienti che si massaggiano la schiena sussurrando il suo cognome. 2. Giorno festivo. Nelle campagne davanti all’ospedale sorge un grande melo. Il Caproca lo raggiunge spingendo una carriola piena di banane della Tanzania. Si stende sull’erba e guarda le mele. Mele, e basta. Non percoche o peschenoci, non mapo o melarance. Odia la mania degli incroci che, a dispetto della natura, trasformano una cosa in un’altra. Prima che qualche buontempone si inventi le melane (stupido connubio tra mele e banane) il professore vuole dimostrare come banane e mele possano stare accanto le une alle altre senza l’ambiguo matrimonio dal sapore indefinibile. Le banane della Tanzania sono frutti parecchio arricciati e il professore li ha visti come tanti boomerang da lanciare sul melo. Ha fatto lunghe prove con una pianta del suo giardino; prove dolorose perché, invece di agganciarsi ai rami, le prime banane volanti gli tornavano in faccia. Adesso, vum vum vum, ecco che restano a cavallo dei rami creando con il rosso vivo dei pomi uno spettacolo che fa bene al cuore. Tutto contento si addormenta sul prato. Arriva il reumatologo, che non può soffrire il collega perché parla sempre di frutta (la verità, sussurrano altri primari, è che il Caproca ha per le mani tante donne giovani mentre da lui vanno vecchietti lamentosi). Avendo fatto studi di Fisica prima di dedicarsi ai reumatismi, il Chemale viene spesso ad accucciarsi sotto il melo nella speranza di riprovare l’effetto della forza di gravità che - dicono - sia toccato al grande Newton. L’aspetta da un pezzo e il sospirato ciac arriva sul cranio calvo. Che diavolo, una banana. da G. Neri, Raccontini disinvolti












