In primo luogo le fonti o l’«origine», appunto. Da tempo singoli interpreti si sono interrogati sui rapporti tra critica d’arte e femminismo in Lonzi, e sulle vie della sua «riscoperta» di talune mistiche cristiane della prima modernità. Attraverso l’esperienza femminile del chiostro, infatti, Lonzi rivendica forme di costruzione del sé che non prevedono mobilitazione o denuncia – non prevedono, cioè, ciò che oggi chiamiamo attivismo sociale, politico ecc. –; ma silenzio, ricerca e scrittura diaristica. Un punto dirimente: perché nel far propri, reinterpretando e modificando, determinati modelli di costruzione del femminile inscritti nella storia della Chiesa, Lonzi si distacca dal femminismo politico di tradizione angloamericana. Non si tratta, per lei, di sostituire il matriarcato al patriarcato, né di competere per il potere come tale, ma di estinguerne il culto.
Evidente che talune posizioni di Lonzi, che oggi le vengono rimproverate come elitarie o spiritualistiche, istituiscono un dialogo a distanza, se non con Elemire Zolla, certo con Cristina Campo. Sappiamo troppo poco della cerchia che, nella Firenze di metà anni Cinquanta, ruota attorno a Anna Banti, scrittrice, moglie di Longhi – sia Lonzi che Campo ne fanno parte – e alla rivista «Paragone Letteratura». Tuttavia è evidente che proprio in tale cerchia nascono prospettive inedite e interessi per forme rinnovate, extraconfessionali, di ascesi, santità, cura del sé. Possiamo muovere a ritroso nella biografia di Lonzi e scrutarne meglio il «primo tempo» fiorentino: osservando ad esempio che l’esperienza del convento, in cui Lonzi stessa, poco più che bambina, sceglie di trascorrere alcuni anni (nel Convento di Badia a Ripoli, dal 1940 al 1943), sembra aver precocemente confermato in lei un orientamento per così dire «impolitico» in merito alla trasformazione del sé o della società. A tale orientamento Lonzi rimane fedele nei decenni della maturità, quando manifesta la più smagliante indifferenza, al pari di Breton o Weil, che certo conosce, nei confronti di ideologie e partiti.
Restiamo a Firenze: per cogliere nel sodalizio che lega la giovane Lonzi a Ottone Rosai, attestato da alcuni brevi scritti, l’occasione di un passaggio di esperienze. Artista e ideologo negli anni Venti e Trenta, Rosai si è da tempo distaccato dal fascismo di sinistra quando incontra Lonzi, e ha maturato una sua particolare conversione al cattolicesimo della rivista «Frontespizio». Proprio qui, sulle pagine di «Frontespizio» e nelle iniziative editoriali correlate, non di rado avviate dall’inestimabile don Giuseppe De Luca, possiamo cercare i primi nutrimenti del pensiero di Lonzi, in particolare una religiosità severa e autoriflessiva, laica sì, ma scevra di anticlericalismo volgare, orientata in senso civile e sociale; e, più in dettaglio, l’attenzione per Teresa di Lisieux, santa che Lonzi elegge a mentore per il suo insegnamento sulla «piccola via» (la circostanza è paradossale: per la copertina di Autoritratto, 1969, Lonzi sceglie dapprima una fotografia di santa Teresa di Lisieux nelle vesti di Giovanna d’Arco. L’editore, De Donato di Bari, ingraiano, rifiuta senza esitazione. Si conviene allora di ripiegare su un Taglio di Fontana. Lonzi ricorda il proprio sconcerto in Taci anzi parla: c’è da dire però che l’opposizione di De Donato è al tempo tutt’altro che imprevedibile. La riedizione La Tartaruga di Autoritratto restituisce oggi a Teresa di Lisieux l’onore della copertina).
Fragmento do artigo Lonzi renaissance, de Michele Dantini.