Fisco, al via la Global minimum tax. Le grandi societĂ pagheranno unâaliquota fiscale minima del 15%. La applicano anche Paesi considerati paradisi come Irlanda, Lussemburgo, Paesi bassi e Svizzera.
Ă in vigore dal 1° gennaio, in molti Paesi. Ă la Global minimum tax, lâimposta sulle multinazionali che punta a ridimensionare il fenomeno dellâarbitraggio fiscale: la scelta del paese piĂš conveniente in cui collocare la holding.
Anche lâItalia è nel gruppetto dei primi, insieme alla Francia, alla Germania, alla Spagna, alla Gran Bretagna, Canada, Norvegia, Australia, Corea del Sud,Giappone e Svizzera.
I Paesi dellâUnione europea si sono impegnati tutti a far entrare in vigore le nuove regole il 1° gennaio anche se alcuni di essi - i piĂš piccoli, nei quali hanno sede meno di dodici multinazionali soggette al nuovo regime - possono aspettare altri sei anni.
Il gettito atteso
A regime, la nuova imposta dovrebbe far aumentare le entrate fiscali globali di 220 miliardi di dollari, in base a un calcolo dellâOcse, lâOrganizzazione dei paesi ricchi che ha ospitato le trattative per lâaccordo internazionale che ha introdotto la nuova imposta, anche se non mancano stime meno generose.
Ogni Paese firmatario si è impegnato ad applicare unâaliquota del 15% sui profitti generati dalle multinazionali con piĂš di 750 milioni di dollari di ricavi annui.
In alcune nazioni come lâIrlanda, il Lussemburgo, lâOlanda, le imposte sulle multinazionali sono state finora molto basse e hanno incentivato - soprattutto Irlanda e Lussemburgo - lâapertura di holding e âquartier generaliâ ai quali venivano spesso attribuiti, soprattutto nel caso di gruppi attivi online, anche i ricavi realizzati in altre nazioni.
Il fenomeno ha raggiunto dimensioni tali da alterare, e rendere quasi inservibile, lo stesso calcolo del pil di quelle economie.
La Svizzera, dove lâimposta è applicata dal 1° gennaio, ha dovuto modificare la propria costituzione - con un voto referendario - per poter recepire lâintesa internazionale. Proprio qui sono emersi i primi limiti dellâaccordo: restano in vigore trattamenti di favore per le holding, relative a dividendi e capital gain.
Analogamente dovrebbero restare in vigore, un poâ dappertutto, forme di crediti fiscali. Le norme, insomma, riducono ma non eliminano il fenomeno della concorrenza fiscale tra le nazioni.
La stessa intesa prevede in via generale deroghe per le multinazionali che realizzino investimenti diretti, non strettamente finanziari, per non disincentivarli. Anche per questo motivo la nuova imposta potrebbe anche avere alcune conseguenze non desiderate: una corsa ai sussidi per gli investimenti diretti, oltre un forte aumento della burocrazia e del contenzioso fiscale.
Chi non ha ancora recepito le nuove regole
Lâintesa è stata firmata da 140 paesi ma almeno due grandi firmatari, gli Stati Uniti - che potrebbero perdere entrate fiscali in base alle nuove regole - e la Cina, non hanno ancora recepito le norme nel loro ordinamento. Pochi hanno negato la firma - Nigeria, Sri Lanka, Kenya - mentre il Pakistan si è ritirato dopo averla concessa.
Lâintesa prevede due pilastri. Il primo è relativo a una âredistribuzioneâ formale di una parte dei profitti in base alla nazionalitĂ dei consumatori, per ovviare ai problemi generati dagli acquisti online, tutti attribuiti alla casa madre. Viene applicato però soltanto ai gruppi con ricavi globali superiori a 20 miliardi (che potranno scendere a 10 miliardi in dieci anni) e con una redditivitĂ di almeno il 10%.
Il secondo pilastro è la global minimum corporate tax del 15% in senso stretto che viene imposta alle holding se hanno sede in un paese che applica lâintesa e alle sussidiarie se la holding ha invece sede in paesi che non firmatari o che non rispettano lâaccordo: in questo caso, il paese inadempiente perde in tutto o in parte il diritto di tassare la casa madre del gruppo multinazionale.
Lâimportanza di uniformare il trattamento fiscale delle multinazionali è avvertita da tempo: giĂ nel â92 lâUnione europea aveva studiato unâintesa che poneva il livello minimo tra il 30% e il 40%. Ă dal 2019, però, che lâOcse ha iniziato a proporre in modo politicamente incisivo un accordo a livello globale.
La proposta iniziale è stata avanzata dalla Francia e dalla Germania, e ha ricevuto subito il sostegno dellâOcse e del Fondo monetario internazionale (Fmi), allora guidato da Christine Lagarde.
Solo nellâaprile del 2021 gli Stati Uniti aderirono allâidea franco-tedesca: Janet Yellen, segretario al Tesoro Usa, fu presto seguita dal ministro delle Finanze cinese Liu Kun.
Il tetto del 15% è stato il minimo sul quale è stato possibile raggiungere un accordo: hanno molto inciso le rigide posizioni di Irlanda, Ungheria ed Estonia.
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