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Digital Marketing: quattro chiacchere con Marco Pipino
Prendendo spunto dal mio ultimo post, ho contattato l’amministratore dell’azienda italiana di bici da strada “Rodman”, Marco Pipino, per sentire direttamente da chi lavora nel settore sportivo quanto il Digital Marketing sia davvero indispensabile per la gestione di un’attività in quest’ambito. Ringraziandolo per la disponibilità e per il tempo a me dedicato, riporto di seguito il testo della nostra intervista.
Investimento sul digitale: a voler essere più precisi, in cosa si concretizza? Su quali piattaforme puntate maggiormente? Perché?
Investire sul digitale relativamente al marketing significa puntare sulla promozione dei propri prodotti e della propria attività con canali mediatici che sfruttano la tecnologia digitale (social, pc based, smartphone based etc) cioè non più riviste, eventi tradizionali, video trasmessi in TV o per finire su Fiere di settore che rappresentavano fino a due/tre anni fa i canali tradizionali per la pubblicità. Piattaforme utilizzate: FB, Instagram, YouTube... Perché? Perché si raggiunge più facilmente il target di consumatori a cui siamo interessati e il rapporto investimento/resa è superiore.
Quanta fatica/tempo richiede una campagna social efficace? C’è qualcuno che lavora appositamente ad essa?
Per campagne davvero efficaci occorrono molte ore settimanali e soprattutto continuità di presenza. Sì, strutture piccole sono giocoforza costrette ad appaltare all’esterno questa attività.
La “Rodman Azimut Squadra Corse”; fonte: Bing.com
Da dove nasce la necessità di essere presenti sul web? Quando avete capito che era necessario investire sulla rete?
Come detto sopra la velocità di penetrazione è superiore a qualsiasi altra forma pubblicitaria e il rapporto con gli investimenti fatti è molto più alto che per gli altri canali pubblicitari tradizionali.
Quali sono gli obiettivi dell’attività digitale dell’azienda (sponsor, visibilità…)?
Obiettivi: aumentare la presenza sul mercato e la notorietà del brand.
Riesce a immaginare l’azienda Rodman ugualmente fiorente senza la presenza in rete? Perché?
Senza la presenza in rete si perderebbe una gran parte di utenti che oggi hanno nella rete la propria fonte informativa. Il nostro target di mercato (biciclette alta gamma da corsa) spazia in fasce d’età limitate e il web è sicuramente il canale migliore per far crescere il brand.
Lo spessore del marchio Rodman è cresciuto attraverso il social marketing? Concretamente, in cosa risulta visibile l’effetto dello sforzo fatto?
Sì è molto cresciuto, soprattutto grazie ai team e all’attività di social marketing.
Obiettivi futuri per migliorare la presenza online dell’azienda?
Riuscire a crescere nel Centro Sud Italia e dal prox anno in alcuni Paesi Europei e USA.
Marco Monticone
Sport Digital Marketing: più utile che mai...
Lo sport in senso stretto non si fonda certamente su basi tecnologiche, anzi è una delle attività più “umane” e “manuali” (se così si può dire) che ci siano. Ma siamo nel 2018 ed esso non è più definibile allo stesso modo di un tempo. Se prima lo sport era la pura e semplice espressione dell’atletismo di un singolo, ora si estende a orizzonti di significato molto più ampi che hanno a che fare con il business, la comunicazione, l’immagine societaria... Basandomi su fonti reperite online, cercherò dunque di rendere chiaro il perché della centralità del digital marketing nel lavoro di aziende e società sportive.
Navigando sul profilo Instagram di “Rodman Bikes", azienda italiana di bici da strada proprietaria, tra l’altro, della squadra per cui corro (la “Rodman Azimut Squadra Corse”), mi sono imbattuto in un’intervista al suo amministratore Marco Pipino il quale, rispondendo alla domanda su come venga gestito il budget della ditta, ha affermato che ben il 15% dell’utile viene investito ogni anno nel digitale. Un dato, questo, che mi ha lasciato alquanto stupito e che mi è servito da stimolo per la ricerca di ulteriori informazioni.
Video di presentazione del team Rodman; fonte: YouTube
Davvero, mi sono chiesto, il web occupa una posizione così centrale per una ditta legata al mondo dello sport? E’ bastato digitare sul motore di ricerca Google le parole chiave “marketing sportivo” e “sport e digitale” per ottenere la risposta.
Un esempio: il 13 e 14 giugno, a Riccione, si terrà lo “Sport Digital Marketing Festival”, primo evento in Italia nel suo genere, dove le società sportive potranno seguire delle vere e proprie lezioni sull’utilizzo redditizio del web e dei social, guidate da alcuni tra i massimi esperti di Digital Marketing e Comunicazione nel panorama italiano (Antonio Caianiello e Federico Palomba, per citarne un paio).
Interessante una frase che si trova sul sito dell’evento “Non si chiacchera di sport, si costruisce business”... Già, perché oggigiorno lo sport, soprattutto quello ad alto livello, ha assunto più o meno le stesse caratteristiche di una merce e dunque, come qualsiasi merce, deve essere messo in mostra per essere venduto bene. E quale strumento migliore delle nuove tecnologie per fare ciò?
Il Digital marketing; fonte: sitesmatrix.com
In internet basta cercare per trovare un numero vastissimo di siti che promuovono consulenze o corsi di formazione in Digital Marketing. " RTR Sports Marketing“, “Sportdigitale“: tutti questi progetti nascono con lo scopo di aggiornare le figure professionali legate al mondo dello sport (brand journalists, fotografi sportivi, atleti, partner societari) al fine di dar loro gli strumenti e le conoscenze utili per cogliere le nuove opportunità che l’informazione digitalizzata offre.
Il cruccio più grande per le squadre e le aziende è essenzialmente quello di produrre ricavi, tramite sponsor, merchandising (vendita di biglietti e abbonamenti, ad esempio), iscrizioni... Il web può dare una grossa mano in questo. Esso è una vetrina formidabile (3,773 miliardi di utenti di internet a gennaio 2017) dove poter raccontare la propria storia, diffondere i propri valori, far crescere l’autorevolezza del marchio o del team. Con una giusta strategia e un po’ di spesa tutti gli obiettivi possono essere raggiunti: incremento della brand awareness, aumento del traffico sul proprio sito web, maggiore attaccamento dei tifosi, interesse degli sponsor... E allora sì che lo sport di oggi si può dire digitale.
Marco Monticone
Strava: il “café” online per gli sportivi più pettegoli
Ciao, miei cari lettori!!
In questo blog post cercherò, basandomi anche su fonti reperite online, di presentarvi il fenomeno Strava, attualmente l’app di riferimento per chi pratica sport, a qualsiasi livello. Il mio intento è quello di mostrare i motivi principali del suo successo, i difetti (se di difetti si può parlare) e, più in generale, le caratteristiche che hanno permesso e permettono a quest’applicazione di distinguersi da tutte le concorrenti.
Penso che a molti il nome di quest’ app non risulti totalmente nuovo: chiunque si interessi un po’ di sport ne avrà di sicuro sentito parlare. Nata nel 2009 negli Stati Uniti (la sede è a San Francisco), Strava si presenta agli utenti come una tra le tante applicazioni per lo sport attualmente disponibili: essendo compatibile con IOS, Android e molti dei dispositivi GPS in commercio, permette infatti di tenere traccia del percorso effettuato durante un allenamento evidenziando, inoltre, alcuni parametri fondamentali, quali frequenza cardiaca, potenza espressa, velocità e altri ancora.
Ecco l’interfaccia grafica di Strava; fonte: Merkabici.es
Qual é dunque il punto di forza di Strava, quello che ne ha permesso una così grande espansione (pensare che, già nel 2014, venivano registrate oltre 3 milioni di attività a settimana)? Una risposta sintetica potrebbe essere “la sua vocazione social”, ma mi spiego... I social piacciono, e questo è lampante. Essi rispondono all’esigenza personale di ognuno di raccontare storie, di raccontare la propria storia, e, inoltre, forniscono un pubblico vasto di ascoltatori, soddisfacendo il bisogno di gratificazione insito nelle persone. Un social per sportivi mancava all’appello e Strava ha, per così dire, “riempito il buco”, creando una piattaforma dove gli utenti possono rendere visibili le loro performance, seguirsi a vicenda e confrontarsi...
Già, la carta vincente di questa social-app è proprio questa: il confronto, la possibilità per qualunque appassionato di dare vita a vere e proprie sfide virtuali con i propri “colleghi”, senza per questo dover essere uno sportivo di alto livello. Insomma, Strava ha dato la possibilità di provare l’ebrezza della competizione a chi la competizione non può viverla altrimenti. Nel concreto, questo si traduce in una parola: KOM... Di cosa si tratta? Per i ciclisti questa sigla è ormai diventata famigliare, e significa “King Of the Mountain”. Ogni utente può selezionare sulle mappe delle porzioni dei percorsi che compie, i cosiddetti segmenti, renderle pubbliche e, da lì, dare inizio alla sfida: tutte le volte che una persona esegue l’upload della sua uscita su Strava, infatti, questa verifica se si è passati per dei segmenti e, in caso affermativo, se il tempo di percorrenza è il migliore tra quelli registrati, assegna il KOM al nuovo “king del segmento”. Un’idea molto semplice, quindi, ma che ha fatto la fortuna di chi l’ha escogitata.
Un video esplicativo sui KOM; fonte: YouTube
Ci sono dei difetti? Beh, qualche inconveniente è venuto a galla, legato principalmente alla traccia dei percorsi che vengono condivisi. Il sito irlandese "Stickybottle" aveva lanciato un allarme nel 2015, avvertendo che l’app sarebbe stata una perfetta alleata per i ladri di biciclette che, grazie alle mappe caricate dagli utenti, sarebbero riusciti a individuare con esattezza i garage dove le bici venivano riposte. Stesso problema, ma con ripercussioni potenzialmente peggiori, in ambito militare, dove pare che l’utilizzo di Strava da parte dei soldati statunitensi (e non solo) abbia reso chiaramente visibili molte basi militari segrete in Africa e nel Medio Oriente. Tuttavia, tali problemi possono essere imputati semplicemente all’errato utilizzo dell’app che, infatti, prevede la possibilità di personalizzare le impostazioni di privacy del singolo utente.
Un’ulteriore curiosità, questa volta positiva: a differenza della stragrande maggioranza delle app, le quali vendono i loro dati per scopi prettamente pubblicitari, Strava ha deciso, insieme con “Ototo”, di optare per una politica decisamente più etica e rispettosa della privacy, vendendo l’enorme mole di informazioni e di mappe di cui dispone alle città e agli Stati interessati, al fine di contribuire al miglioramento e all'implementazione della viabilità pedonale.
Insomma, un’app, questa, decisamente azzeccata: molto semplice per contenuti proposti, ma che grazie all’intelligenza dei suoi sviluppatori ha saputo “fare centro”, rispondendo perfettamente alle esigenze di un’utenza digitale dal dna sportivo.
Marco Monticone