ale è più alto di nicolò. e a lui questa cosa piace. parecchio.
Nicolò era basso.
Cioè, non era propriamente basso. Come in tutte le cose, dipendeva dalla prospettiva. La sua altezza rientrava nella media - certo, magari arrivava giusto giusto alla soglia minima per poter essere considerata tale, ma tant'è, ci rientrava - eppure quando era al suo fianco, ad Alessandro, Nicolò appariva inevitabilmente piccolo. Esattamente come in quel momento, in piedi con tutti gli altri loro compagni ad ascoltare le indicazioni del mister, spalla contro spalla. Anzi, spalla contro braccio, perché semplicemente Nicolò non ci arrivava alla sua, di spalla.
Il fatto che Alessandro fosse praticamente una giraffa non giocava sicuramente a suo favore. Era più alto della maggior parte dei suoi compagni di squadra e di nazionale, e Nicolò non era nemmeno quello con cui la differenza d'altezza era maggiore.
(Lorenzo non c'era, ma il suo pensiero andò inevitabilmente a lui. Avrebbe mentito se non avesse ammesso di aver avuto un paio di volte il quasi irrefrenabile desiderio di afferrarlo e alzarlo in aria come si fa con i bambini, ma fortunatamente il suo istinto di sopravvivenza aveva fatto il suo dovere e l'aveva fermato dal fare la cazzata che avrebbe inevitabilmente portato alla sua morte.)
Insomma, Nicolò non era davvero basso e Ale aveva a che fare regolarmente con persone anche più basse di lui, però...
Però gli piaceva il fatto che Nicolò fosse considerevolmente più basso di lui. Gli piaceva im fatto che gli arrivasse poco più che ad altezza spalla, che quando lo abbracciava la sua testa si incastrasse perfettamente nell'incavo del suo collo, che spesso si alzasse sulle punte per mettersi un po' più al suo livello.
Gli piaceva che Nicolò, nonostante i suoi buoni venti centimetri mancanti, lo strattonasse verso il basso con forza, lo spintonasse giocosamente durante gli allenamenti, lo afferrasse per trascinarselo in giro dove voleva lui.
Gli piaceva Nicolò, punto.
E per questo motivo, Alessandro era estremamente fottuto.
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Nicolò e Dimarco stavano parlottando da parecchio. Troppo, a detta di Ale.
Non era tanto il fatto che gli desse fastidio vedere Nicolò parlare così animatamente con qualcun altro - anzi, se dovesse provare gelosia anche per una cosa del genere non riuscirebbe a sopravvivere un solo giorno senza farsi il sangue amaro, con Nicolò e la sua personalità estroversa - quanto per il fatto che sembrassero scambiarsi segreti di stato, seduti lì, in un angolino del tavolo da pranzo, lontani da orecchie indiscrete, a coprirsi la bocca con le mani manco ci fosse qualcuno a spiarli - no, il suo osservarli attentamente non valeva come spiarli, grazie tante, la sua era solo... curiosità, ecco.
Improvvisamente, Federico alzò lo sguardo verso Alessandro, seguito subito da Nicolò. Nel panico, Alessandro distolse immediatamente lo sguardo e si concentrò ad osservare un pezzetto di pane che ancora non aveva mangiato, d'un tratto totalmente interessato a domandarsi quante ore di lievitazione servissero per raggiungere un tale livello di alveolatura.
Si diede mentalmente dell'idiota. Chiaramente si erano sentiti i suoi occhi addosso e ora avevano avuto la conferma che sì, li stava proprio osservando. Sperò solamente che Nicolò non si insospettisse più di tanto. Probabilmente avrebbe trovato il suo comportamento un po' strano, ma poi avrebbe sorvolato e l'avrebbe considerato come solo uno dei tanti momenti di stranezza di Alessandro.
Dio, certe volte si rendeva conto da solo di essere così trasparente da sentirsi di vetro, incapace di nascondere al mondo i suoi sentimenti, come diavolo faceva Nicolò a non aver ancora visto la verità?
Ma in fondo era meglio così. Meglio che Nicolò non desse peso ai suoi momenti di debolezza, che continuasse ad essere ignaro di tutto, che Alessandro potesse rimanere semplicemente un suo compagno di squadra, come tanti altri.
Cercò di ignorare il mattone che gli si era posato sullo stomaco, e mangiò il pane rimasto in un boccone.
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"Ale, mi stavi guardando, prima?"
Alessandro si pietrificò sul posto e per poco non fece cadere la sua borsa d'allenamento per terra. Lui e Nicolò stavano camminando attraverso il corridoio che portava alle loro stanze, da soli, parlando del più e del meno, quando Nicolò aveva improvvisamente tirato fuori quella domanda dal nulla.
Si lasciò sfuggire un risolino isterico. "Prima quando? In allenamento? E che dovevo fare, chiudere gli occhi?" rispose, cercando di dissimulare il suo nervosismo con uno scherzo. Ma tanto sicuramente Nicolò non si stava riferendo all'episodio del pranzo, vero? Starà pensando ad altro? Non avrà di certo scoperto il piccolo segreto di Alessandro. Vero?
"Prima, a pranzo. Mi stavi stavi guardando."
Cazzo. Non poteva star succedendo davvero, cazzo.
Alessandro deglutì. Era stato scoperto? Così sembrava, almeno. Ma forse poteva ancora uscirne indenne. Doveva negare, negare sempre, negare tutto.
Mise su la prima scusa banale che gli venne in mente. "Boh, forse sì, non ricordo, dovevo essermi perso nei miei pensieri." Semplice. Credibile. Bastava questo. "Perché me lo chiedi?" aggiunse invece, incapace di tenere a bada le sue ansie e chiudere lì la questione.
"Perché non è la prima volta che lo fai."
Alessandro si sentì come un pugile all'angolo che aveva ricevuto un pugno ben assestato in pieno volto di troppo. Aprì la bocca per ribattere, ma rimase in silenzio, sconvolto dalla nuova consapevolezza che Nicolò sapeva, sapeva benissimo, e per qualche strano motivo aveva deciso di confrontarlo solo ora.
"Io..." balbettò, ma non sapeva come proseguire. Sì, ti guardo perché mi piaci? Mi dispiace? Non volevo metterti in imbarazzo e non lo farò più? Vado a sotterrarmi al cimitero più vicino? Non parlò, incapace di reagire.
Nicolò lo osservò per un po', si guardò in giro nel corridoio vuoto, poi lo afferrò per la nuca e lo strattonò verso il basso per baciarlo.
Alessandro lasciò definitivamente la presa sul suo borsone, che cadde con un tonfo a terra. Non ebbe il tempo di reagire - ma forse quello fu colpa dei suoi neuroni completamente andati dopo aver cercato di processare l'informazione assolutamente impossibile che Nicolò lo stava baciando - che l'altro si separò da lui, interrompendo il bacio. La luce bianca dei lampadari appesi al soffitto si rifletteva negli occhi di Nicolò e ad Ale quasi sembrò di vederci brillare le stelle.
"Se ti piace così tanto guardarmi, bastava chiederlo. Ho in mente posti decisamente migliori per farlo."
Alessandro prima lo guardò negli occhi, ancora temendo si trattasse di un enorme scherzo fatto a sue spese, poi si spostò a guardare l'angolo sollevato della bocca che prometteva un ben altro tipo di divertimento, poi di nuovo i suoi occhi. A quel punto Alessandro non poté fare a meno di stringerlo tra le proprie braccia, sollevarlo in aria e baciarlo a sua volta, con un sorriso stampato sul volto che non voleva saperne di scomparire. Nicolò si aggrappò al suo collo e gli cinse la vita con le gambe per avere maggior stabilità, e così rimase anche quando si staccarono per riprendere fiato. "Portami in camera così" ordinò. Le sue pupille erano diventate due pozzi neri.
Ale lanciò un fugace sguardo verso le loro borse abbandonate per terra, poi pensò che non gliene fregava un cazzo delle borse e del loro contenuto e le lasciò lì per terra, dirigendosi verso la propria stanza cercando di mantenere lui e Nicolò in equilibrio ed evitare ostacoli sul percorso, il tutto mentre tornava a baciarlo e non avendo la minima idea di dove stesse andando.
Per qualche miracolo divino riuscì a condurli senza incidenti davanti alla propria porta, con abilità da acrobata provetto tirò fuori la carta elettronica dalla tasca dei pantaloni, la aprì ed entrarono in stanza. Le braccia iniziavano a chiedere pietà, così andò dritto verso il letto e ci fece stendere Nicolò, con lui sopra a seguirlo.
Ma rimasero ben poco in quella posizione, perché con uno scatto fulmineo Nicolò lo afferrò per le spalle e ribaltò le loro posizioni, mettendosi a cavalcioni su di lui. Alessandro sentì un brivido attraversargli la schiena e i pantaloni cominciare ad andargli decisamente stretti.
Nicolò doveva aver letto qualcosa sul suo volto, perché improvvisamente ghignò compiaciuto. "Oh, vedo che ti piace essere un po' comandato."
Alessandro si leccò le labbra. Erano ancora umide dai baci di prima. "Perché?" rispose, non confermando ma neppure negando. Voleva capire fin dove si sarebbe spinto l'altro.
Il sorriso sul viso di Nicolò si allargò. "Perché in questo caso avrei un paio di cose in mente da farti fare."
Alessandro deglutì.
"Ah, sì?" disse, non rompendo il loro contatto visivo. "Tipo? Ci hai già pensato?"
Nicolò allungò la testa verso il suo collo e lo morse, per poi baciare quello stesso punto. Alessandro si lasciò sfuggire un gemito, sorpreso.
"Vedrai" rispose Nicolò, alzandogli la maglietta. "Ho avuto parecchio tempo per pensarci."
Dio, Nicolò aveva delle fantasie erotiche su di lui. Che ora avrebbe messo in atto. Alessandro sarebbe imploso, se lo sentiva. Non sarebbe sopravvissuto a tutto ciò.
"Cosa... cosa vuoi che faccia?" chiese, sollevandosi un po' per permettere all'altro di sfilargli la maglietta di dosso.
Nicolò sorrise. "Vedrai."
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Quando Alessandro si svegliò, ci mise un momento per rendersi conto che il respiro di Nicolò gli stava solleticando il collo. Che Nicolò si trovava stretto tra le sue braccia, ancora dormiente. Che lui e Nicolò avevano fatto sesso, la sera prima.
Le immagini di Nicolò che gli legava i polsi, che gli entrava dentro, che si muoveva dentro di lui stringedogli i capelli in un pugno gli bombardarono il cervello, a ricordargli che sì, era tutto successo per davvero, non se l'era sognato.
Cristo, si era fatto mille problemi per i suoi sentimenti inappropriati che provava per l'amico per non sa nemmeno più quanto tempo, per poi scoprire invece che quei sentimenti non erano così inappropriati, in fondo. Un enorme sorriso gli si dipinse sul volto e restò così, immobile, con Nicolò ancora dormiente tra le sue braccia, almeno finché non sentì la sveglia del proprio telefonino suonare.
Era l'ora di prepararsi per una nuova giornata di allenamento. L'ora di ritornare alla vita reale, che sembrava così lontana da quelle quattro mura in cui si trovavano. Improvvisamente il timore che la bolla in cui si trovavano in quel momento potesse scoppiare nel momento in cui avessero messo piede al di fuori di quella stanza, riportandoli entrambi ad una realtà dove tutto quello non era mai successo, si impossessò prepotentemente di Alessandro.
Spense la sveglia, ma non si mosse. Voleva preservare quel momento il più a lungo possibile, voleva far sì che Nicolò fosse suo solo per un altro po'.
La sveglia, però, aveva fatto il proprio dovere, ed Alessandro sentì Nicolò brontolare e stiracchiarsi tra le sue braccia. Aprì gli occhi in due fessure, non ancora abituati alla luce che proveniva dalla finestra alle sue spalle, e lo guardò.
Alessandro trattenne il fiato.
Ci fu un attimo di totale immobilità, che ad Alessandro sembrò un'eternità, poi Nicolò sorrise radioso, anche se un po' stanco, e lo baciò dolcemente sulle labbra. "'Giorno, Gerry" mugugnò.
Alessandro tornò a respirare. Sentiva il cuore battergli forte.
"Ehi" rispose, non sapendo cos'altro dire.
Nicolò si stava guardando intorno col fare confuso tipico di chi si è appena svegliato e fa fatica a processare i propri dintorni. "Ma è già ora di alzarci?" chiese. Suonò come un bambino che chiedeva alla mamma se per favore poteva dormire altri cinque minuti prima di andare a scuola.
Alessandro ridacchiò. Adorabile. "No, in realtà è solo la prima sveglia che suona. È alla seconda che inizierei a preoccuparmi."
A quella risposta, Nicolò si accoccolò meglio tra le sue braccia e sospirò soddisfatto. "Meno male. Si sta così bene, così."
Alessandro avvampò. Ringraziò che l'altro avesse il viso nascosto nel suo petto e che quindi non potesse vedere l'effetto che quelle parole gli avevano provocato, poi se lo strinse meglio in un abbraccio. In quella posizione, sembrava ancora più piccolo rispetto a lui.
Respirò a fondo l'odore acre dei suoi capelli sudaticci. Sì, Nicolò era basso, e a lui piaceva esattamente così.













