Non è più il suo compleanno da molto tempo. Il 1° di luglio è solo l'anniversario della sua nascita.
Dell'uomo che ho sempre chiamato papà da piccolo, e per nome da adulto.
Oggi, me ne sono accorto solo dopo della coincidenza, ho donato ai miei figli le rispettive copie del libro che ho scritto su di loro come figli, e su di me come padre.
A ognuno ho scritto una dedica. Come fanno gli scrittori, quelli blasonati e capaci.
Quelli che firmano centinaia di libri in un solo pomeriggio, senza crampi alla mano, senza una sbavatura, con una parola diversa per ogni persona che si presenta con il libro stretto al petto.
Avevo una bella calligrafia, io. Ero portato al disegno, alla mano libera.
Ho tremato, tanto, ma le dediche le ho fatte. Mano incerta, parole chiare nel cuore.
Non potete immaginare cosa si prova a tenere un libro con due mani, il tuo, e a lasciarlo andare in quelle di un figlio.
Ho guardato Daniele, poi Gabriele. Uno alla volta, come si fa con le cose che contano davvero.
Non ho detto niente sulla data. Non serviva.
Ma mentre stringevo quei libri un secondo prima di mollarli, ho pensato a lui. A mio padre, che oggi avrebbe compiuto gli anni, se gli anni per lui contassero ancora qualcosa.
Oggi vado a leggerlo. Non su una lapide, quello lo faccio sempre.
Vado a leggerlo sui muri. Quelli che ha tirato su lui, con le sue mani, prima ancora delle mie. Ci sono ancora i suoi numeri sul calcestruzzo, gli appunti a matita che nessuno ha mai avuto il coraggio di cancellare. Una misura, una correzione presa lì per lì, decisa in un secondo e rimasta per sempre.
Non gli ho mai scritto un libro. Lui a me non me ne ha lasciato uno di carta. Mi ha lasciato muri.
Ai miei figli un libro intero gliel'ho scritto. Forse tremavo per questo: non è la mano che trema, è il conto che provi a pareggiare mentre lo consegni.
Un padre che si fa parole per non sparire due volte. Prima con la morte. Poi con il silenzio dei figli che non hanno da chi imparare a raccontarlo.
Il 1° di luglio non è più un compleanno. È il giorno in cui vado a leggere due libri: quello di cemento che mi ha lasciato lui, e quello di carta che ho lasciato io.
Il calcestruzzo non trema mai. La carta, un po', anche adesso.
N.B. Nella foto le foto di un'età che non tornerà, e manca da un certo punto di vista, e poi lui: Leo. Il gatto che mi controlla in tutto quello che faccio. Anche i libri da me scritti.