A Field in England, di Ben Wheatly (2013)
Guerra civile inglese, in piena battaglia: uno studioso impaurito e un paio di soldati si ritrovano a seguire un mercenario per la campagna inglese, alla ricerca di una locanda dove risposare. La cosa prenderà una piega psichedelica dal momento in cui si nutriranno di una zuppa "arricchita" di sospettosi funghi.
Hobbs, il filosofo, nel suo Leviatano disse che l'uomo senza governo sarebbe caduto nel caos e nell'anarchia, e che “La vita dell'uomo è confinata nella solitudine, nella povertà, nella sporcizia, nella brutalità e infine la durata della vita è alquanto breve.” Se avesse visto questo film prima di scrivere questo pezzo, l'avrebbe forse corretto in “La vita dell'uomo è estremamente confinata nella solitudine, nell'estrema povertà, nella totale sporcizia, nell'assurda e terribile brutalità e infine la durata della vita è simile ai 91 minuti di pantomima di Ben Wheatley.” O forse, avrebbe cancellato questo verso direttamente dalla sua opera, per non sentirsi a disagio.
Ma non divaghiamo: A Field in England è un assurdo e viscerale meltdown psicadelico monocromo, ambientato da qualche parte durante la guerra civile inglese ("da qualche parte" è importante, segnatevelo); una volta separata quella siepe nelle fasi iniziali del film, il mondo sembra come entrare in stallo per tutta la durata della pellicola, troppo preso nello schiacciare sotto il manto del terrore lo studioso Whitehead, e cancellare la presenza di Dio dalle menti degli sfortunati protagonisti. Inoltre, una volta che il necromantico O'Neil entrerà a far parte di questa messinscena, ogni cosa perderà senso e significato, ma non nel senso di caos e disordine, ma di perdita di scopo. Tutto sembra far risaltare una ricerca vana di una risposta, di una soluzione, di un significato.
A Field in England è un film lasciato all'addiaccio, colpito dalla febbre, dai brividi e dalle allucinazioni. Le perfette immagini in bianco e nero sembrano togliere ogni possibile forma di empatia a questa vicenda macabra, mentre alcuni bizzarri momenti in cui gli attori sono come in fermi immagine, o meglio come dei ritratti di natura viva, rimarcano sicuramente gli aspetti metaforici delle loro mortificazioni e della loro agonia.
Tecnicamente: con soli 5 attori e un campo in campagna, Ben Wheatley (e la sceneggiatrice Amy Jump) sono come riusciti a ricreare una pièce teatrale di tutto rispetto, senza però lasciare l'impressione che intorno ai personaggi ci siano delle quinte a delimitarne il mondo; anzi, grazie forse alla splendida fotografia, questo prato sembra comprendere ogni cosa e ogni luogo, dando un senso di totalità che naturalmente non troverete nei film più teatrali (di solito chiusi in unità di tempo e luogo, i.e. stanze). Naturalmente anche la parte sonora è da brividi, e riesce anche a essere regina in una delle scene più iconiche del film (parlo naturalmente di Baloo My Boy).
Rispetto a un "Kill List", sempre suo, qui il sottotesto è come se fosse sempre presente davanti ai nostri occhi, in caratteri gigantiformi e rosso sangue, ma sembrerà impossibile vederlo (come a causa di un incantesimo o un malefizio) fino a che i titoli di coda non partiranno e anche lì, questi caratteri saranno come impressi nelle vostre retine come quando si guarda il sole senza protezione. Solo dopo aver riabituato la vista, forse riuscirete a notare, ancora. Ma vi avverto, queste sono cicatrici che si portano per sempre.