E così, infine, sono capitolata. La reazione chimica attivatasi con quel primo, inconscio ma già evidente, incrocio di sguardi, quasi due mesi fa, è esplosa.
Galeotto fu quel primo bacio, che mentirei se definissi capitato in circostanze casuali. Entrambi abbiamo fatto in modo che capitasse. Lui proponendo di accompagnarmi in reception e poi di fare una strada secondaria che si addentrava in un piccolo boschetto, io accettando. Camminavo avanti a lui, nessuno intorno. Da dietro con la mano mi prende il polso, mi ferma, mi giro, e appoggia le labbra sulle mie. Io sto ferma. Non rispondo a quel bacio. Ma da quel momento del tardo pomeriggio di ieri, tutto ciò che ogni cellula del mio corpo desiderava era averne ancora e in maggiore quantità. Nessuna ragione più poteva controllare la forza ineluttabile di quella movimentazione di molecole attivatasi con il singolo contatto delle nostre labbra, quello “smac” lento e umido, pure labile, avvenuto in poche manciate di secondi.
Dopo cena senza dirci nulla entrambi stavamo già facendo in modo che tutto combaciasse per far accadere ciò che era già scritto nei nostri ventri.
Al momento della divisione delle macchine per il rientro in hotel mi sono offerta di accompagnare lui e un altro collega - ho 2 posti, ho detto. Gli ho lasciato guidare la mia macchina. Metafora preludio di quello che presto sarebbe successo.
Fuori, pioveva. Non appena abbiamo lasciato il terzo ospite alla sua stanza e lo abbiamo visto chiudere la porta del corridoio, ho aperto una chewingum, ne ho presa tra gli incisivi metà, e nella penombra della macchina mi sono voltata verso di lui, che con un movimento - a me è parso lentissimo - chiudendo gli occhi, si è girato a sua volta per prendere l’altra metà dalle mie labbra mordendola e prendendola nella sua bocca con la lingua, non prima di lasciarla indugiare in un lento tango con la mia.
Non abbiamo dovuto parlare per stabilire di salire nella sua stanza. Non abbiamo dovuto parlare nemmeno per decidere di iniziare a spogliarci, sempre, ormai, senza smettere di baciarci, affamati come se non ci cibassimo di altro da mesi.
Ho cercato nuovamente, all’inizio, di opporre resistenza, dopo che le sue dita sono scivolate nei miei slip, muovendosi fameliche come prima le labbra, che invece ora stavano a poca distanza dalle mie, mentre ad essersi incollati erano gli occhi, gli uni dentro gli altri, mentre le dita continuavano a muoversi dentro e fuori.
Non ricordo il momento in cui si è tolto gli occhiali. Quegli occhiali che lo rendevano così fottutamente sexy e che amplificavano il verde muschio degli occhi.
Il suo battito accelerato e il tremore dell’agitazione che lo scuoteva fin dalle spalle, come se avesse freddo in quella stanza invece caldissima, per la consapevolezza che il desiderio covato da mesi si stava ora realizzando, ha definitivamente disintegrato qualsiasi mia possibilità di opposizione.
Sì è slacciato e tolto i pantaloni, abbassato i boxer, questa volta senza ammettere da parte mia alcuna replica, e in pochi secondi le dita sono passate sulla mia coscia per essere sostituite da un fallo pieno, largo, durissimo.
Dentro e fuori. Dentro e fuori. Dentro e fuori. Veloce. Da subito. Gli occhi sempre incollati. Un calore inebriante ora non solo nella stanza ma anche nel basso ventre - il mio- che ora iniziava a muoversi in sintonia perfetta con il suo pene.
Nel mio primo film mentale, durante la trasferta, avevo solo lontanamente sfiorato la potenza dei nostri corpi. Mi stravolge rendermi conto di quanto la natura sia semplicemente perfetta, in tutto questo. Per lei, per la natura, in quel momento eravamo due animali perfetti nel perfetto momento di attuare la continuazione della specie. Tutti i nostri sensi erano completamente assorbiti da quello che ci stavamo reciprocamente facendo, una cosa così totalizzante, a pensarci, nulla nel mondo contava più, due lupi mannari davanti alla luna piena, nessuna madre, figlia, nessun legame all’infuori di quello, di quel momento, nessun altro essere vivente sulla faccia della terra oltre a noi, nessuna guerra, o pace, o morte, solo la nascita - immensa, a pensarci - di un nuovo profumo unico in miliardi di anni, perché dato dalla combinazione di due unici esseri umani, che sfregando le proprie epidermidi sprigionavano il più perfetto dei miracoli: l’attrazione che porta la vita.
La nostra prima volta dura molto poco. Ma sembrava un piano già calcolato. Se quel bellissimo pene ha perso anche solo per pochi minuti la sua statuaria tonicità, io non me ne sono accorta. Viene sulle mie mutandine nere. Bianco e nero insieme, lo Yin e lo Yang tra lo spazio del mio inguine. Lo vorrebbe rimettere dentro subito, rido, gli allontano il petto con la mano, che fai, aspetta, respira, fermo - sussurro sorridendo come si farebbe con un cucciolo davanti alla sua ciotola di cibo.
“Andiamo fuori a fumare una cicca”. Usciamo. Piove ancora forte. Il caseggiato con la fila di stanze 100-200 sotto di noi è illuminato solo dai lampioni della stradina adiacente, e silenzioso. Sarà forse l’una di notte.
Parliamo un po’. Hai qualcuno? - Si, da qualche mese, ma non stiamo insieme, le relazioni non fanno molto per me. - Tu? Si. - Sì cosa ? Sì. - E? Che ha che non va? (Voleva dire, che ha che non va dal momento che sei qui) Niente, proprio niente. È perfetto. Mi lascia libera di essere me stessa, di coltivare le mie passioni, lo sport, il lavoro, niente. È perfetto. Mi sconvolge un po’ infatti il mio essere qui ora. Ma non è mai successo prima in questi tre anni.”
Iniziamo a parlare di orgasmi. Gli dico che prima sarei potuta venire molto forte. Capisce cosa intendo. Mi dice un insulto affettuoso in siciliano, qualcosa tipo “stupida”, - Perché non lo hai fatto? Non ti conosco, magari ti faceva schifo. Alza le sopracciglia e contemporaneamente un angolo della bocca. Butta la cicca facendola saltare tra pollice e indice. Si allunga verso la mia sdraietta, mi bacia.
Come se la sigaretta anziché finire nel vuoto si fosse appoggiata sulle mie labbra di nuovo le mie molecole si accendono, gli metto una mano dietro la testa, lo tiro verso di me, fino a rimetterlo sopra, e scopiamo di nuovo lì, sul terrazzo della camera, con la pioggia fuori che però sparisce come tutto il resto prima quando eravamo dentro. Vengo. Mi viene voglia di venire molto di più. Lo guardo. Di nuovo capisce. Mi dice piano, pianissimo, così piano che forse lo dice senza voce muovendo solo le labbra, vieni. Bagno tutta la sdraio. Sento l’acqua che forma una piccola pozzanghera sotto alle mie cosce. Gli metto le mani sul petto per allontanarlo e fargli capire che voglio tornare dentro e rifarlo, e io dentro di me penso che mi eccita da morire l’idea di andarmene da quella stanza e lasciarlo dormire sul letto bagnato del mio piacere, immaginarlo che sí assopisce con ciò che era dentro di me dove fino a poco prima era lui ancora vicino.
Torniamo dentro. Prende una salvietta dal bagno - dove nel frattempo avevo buttato le mutandine sporche del suo seme.
Mi mette sul letto. Ricominciamo, mi dice di nuovo “vieni”, si muove piano mentre lo dice, poi ricomincia veloce, veloce, ponendosi esattamente perpendicolare al punto esatto che doveva essere toccato, e che la sua cappella ora tra organi e vene sta toccando, fino a farmi venire di nuovo, più forte di prima, bagnando ora tutte le lenzuola.
Da quel momento non ricordo più molto. Solo che poi mi sono spostata sopra io e gli orgasmi sono continuati, finché il suo petto era così zuppo da aver raccolto una piccola pozzanghera nell’incavo del collo. Ricordo la mia faccia tra i suoi capelli dopo esser venuta, mentre ero ancora mossa dagli spasmi. Dei capelli molto belli.
Mi alzo dal letto. Guardo il telefono. Sono le due e trentasette. Vado, dico. -Vuoi rimanere? Ma sei matto, se rimango non dormiamo nemmeno le 5 ore che ci separano dal prossimo giorno di meeting.. vado.
Oggi il meeting è iniziato e si è concluso in modo innocuo. Percepivo i suoi occhi nella stanza, i brevi momenti di scambio verbale tra di noi erano ovviamente sempre professionali all’esterno ma di nuovo sentivo quell’energia del nostro primo incontro fluire da un corpo all’altro, così forte che pensavo continuamente “ora se ne accorgeranno tutti”. Senza volerlo e senza parlare finivamo per trovarci nello stesso gruppo di conversazione, uno dietro l’altro uscendo dalla stanza, seduti di fronte a tavola a pranzo. Ogni secondo in cui ci guardavamo negli occhi parlando di lavoro avveniva senza slanci ed espressioni, ma a me sembrava fossimo di nuovo nudi uno di fronte all’altro con quella bramosia accecante.
Ci siamo salutati con un abbraccio distante e un sorriso di circostanza.
Spero di non vederlo mai più, ma so già di dover scendere nuovamente in trasferta, a giugno. Chissà.